domenica 26 maggio 2013

Il terrore della spersonalizzazione nella pratica

Ho partecipato a Bari, l'11 ed il 12 maggio scorsi, ad uno stage organizzato dal waka ki dojo di Mimmo Casale, tenuto da Daniele Montenegro.
Al raduno, finalmente e dopo molto tempo, è intervenuto un apprezzabile numero di persone e provenienti, fatto questo ancora più importante, da dojo diversi, sia pure della zona.
E' stato bello lo stage?
Per me, è stato bellissimo, e questo è prevedibile vista la mia sincera ammirazione e il profondo interesse che ho per il lavoro svolto da quell'istruttore, del quale ho già detto e continuerò a dire.
Stando ai commenti raccolti, comunque, sembravano tutti molto soddisfatti, e anche da quelli che alla vigilia parevano maggiormente scettici sono arrivati soltanto approvazione e spesso entusiasmo per quella impostazione didattica e quell'approccio nella esecuzione delle tecniche.
Cosa ha fatto Montenegro per piacerci così tanto, è presto detto.
Ha sostanzialmente riprodotto, con dovizia di particolari, quello che aveva visto fare dal suo Maestro, Fujimoto shihan.
Lo ha fatto, e lo fa sempre, appunto in maniera molto fedele, non inventando nulla, in un'ottica di perpetuazione pedissequa, e il più possibile autentica, dell'insegnamento al quale ha assistito, con invidiabile vicinanza, per oltre dieci anni, mattina e sera.
In sostanza, può pacificamente dirsi che copia.
Anche io copio, quando insegno e quando pratico, ma lo faccio meno bene di Montenegro.
Ho spesso avvertito, anche in qualche colloquio che ho avuto con altri praticanti, diffidenza rispetto a questo approccio, quasi che, così facendo, si finisse per limitarsi a scimmiottare il Maestro di riferimento, o peggio perdere l'anima.
Recentemente ho anche letto sul blog del dojo di Lauria uno scritto piuttosto polemico con il quale viene stroncato questo metodo, definito, in ultima analisi, una sorta di ripetizione piuttosto idiota se non ridicola degli insegnamenti ricevuti.
Si diventa talmente ridicoli, continua quella riflessione, che si inizia a parlare una specie di giappaliano privo di alcuna ragione.
Io non conosco bene il mondo della musica classica, ma se devo pensare a qualcosa di artisticamente perfetto e al contempo al quale si accede attraverso uno studio rigorosissimo e di eccezionale dedizione, quel mondo mi viene subito in mente.
Il pianista classico, credo, spende gran parte della propria giornata ad esercitarsi, a tentare di svolgere sempre meglio, in un'ottica di miglioramento continuo, esercizi complicatissimi, difficilissimi, ardui.
Esegue pedissequamente quello che gli viene mostrato, e immagino che, per anni ed anni, nessuno si ponga il problema di dare personalità alla esecuzione, e renderla differente da quella di chi la sta insegnando.
Tanto meno, penso, si tenti di insegnare la composizione musicale.
Non ho mai sentito parlare di scuole di composizione, credo che non ne esistano nè ne siano mai esistite.
In sostanza, ancora immagino, una persona (generalmente giovanissima), viene inquadrata nel sapere pianistico attraverso un insegnante che propone esercizi che sono uguali ovunque, che si tramandano, e che si pretende che l'allievo riproduca così come gli sono stati proposti.
L'insegnante, in linea di massima, non inventa nulla.
L'allievo, in linea di massima, non inventa nulla.
I brani che verranno eseguiti, in linea di massima, sono creati da una strettissima minoranza di individui.
I grandi pianisti sono compositori?
Raramente, se non rarissimamente.
Cosa si chiede ad un grande pianista?
Gli si chiede di riprodurre brani altrui.
Gli si chiede di riprodurre quei brani in maniera perfetta, senza alcuna imperfezione, con leggiadria, eleganza, ma senza sbavature e soprattutto, senza alcuna aggiunta, interpolazione, mutilazione.
Il grande pianista, poi, si contorce nella esecuzione, assume espressioni che probabilmente ha visto fare da altri, ma ai concerti non gli ridono dietro, e non lo considerano una scimmia.
E torniamo all'aikido.
In questo mondo, chissà perchè, pensiamo tutti di essere Mozart, Beethoven, Chopin.
Non ci basta essere degli esecutori.
Pensiamo spesso di dovere creare.
E che diamine, non siamo mica degli orangutang!
A me, devo confessarlo, basterebbe imitare quell'immenso Maestro, e farlo decentemente bene anche solo in  parte.
Personalmente, sia chiaro, non mi interessa inventare qualcosa, perchè molto probabilmente non sono in grado di farlo, bensì tramandare quel sapere, tentare di farlo vivere oltre il suo creatore e, naturalmente, oltre me.
Sarà perchè non valgo poi molto.
Avverto i naviganti, però, che non vedo tanti Beethoven o Chopin in giro.
Forse sarebbe il caso dotarsi di un pò di senso del ridicolo, prima di pensare a quanto sono ridicoli gli altri.
Scimmiottare il Maestro, difatti, non è fargli il verso nel momento in cui si spiega, perchè quella è una semplice immedesimazione, simile per certi versi a quella del pianista che fa le mosse nel suonare che ha visto eseguire ad altri.
Scimmiottare è ben altro.
Il mio auspicio, pena la certa scomparsa dell'aikido come sistema organizzato e compiuto di sapere, è che ciascuno di noi si prefigga, anzitutto, di fare e riprodurre bene quello che gli viene insegnato.
Quando si diventa insegnanti, trasmettere quel sapere nella maniera più fedele possibile, lasciando a pochi il compito di creare, perchè non tutti ne siamo all'altezza.
Per quanto mi riguarda, continuerò a seguire con entusiasmo chi trasmette le conoscenze del Maestro del cui lavoro mi sono innamorato in maniera corretta e che ha l'umiltà di non volere inventare nulla, a costo di sentirsi dire che è solo una scimmietta.
Lasciando a chi è geniale il compito di aprire nuove frontiere del sapere aikidoistico.
E a chi crede di esserlo quello di autoproclamarsi tale.
Buon lavoro a tutti.

domenica 14 aprile 2013

Crescere troppo presto.

Ho iniziato a praticare aikido oltre venti anni fa, sul finire del 1990.
Feci aikido perchè nutrivo da sempre interesse per le arti marziali, e, nello scegliere su quale di esse indirizzarmi, sentii parlare di questa (per me completamente sconosciuta) disciplina.
Seagal, in altre parole, non ha avuto alcun ruolo.
Mi sono allora iscritto, il dojo si chiamava aikikai Foggia, e non era all'epoca neppure l'unico in città.
Uno, non ricordo come si chiamasse l'associazione, era diretto da una persona che aveva, udiete udite, studiato anni con il Maestro Fujimoto a Milano.
Io però scelsi quell'altro, e non accadde perchè discettavo di preferenze didattiche e stilistiche, bensì perchè ci andavano già due miei compagni di scuola.
Tuttavia andavo spesso a curiosare alle lezioni di quell'altra scuola, della quale, a dire il vero, non comprendevo le differenze tecniche.
Ricordo che pensavo che facessero molte più cadute, ma per il resto mi sembrava sostanzialmente la stessa cosa.
Naturalmente non era vero, ma era quello che vedevo.
Stage, a Foggia e dintorni, se ne organizzavano pochi, perchè all'epoca a tenerli erano soltanto maestri giapponesi.
Comunque, se ve ne erano, semplicemente si andava, e non si pensava che fossero troppo costosi, nè tanto meno che vi fossero istruttori graditi o meno.
Tranquilli, non voglio raccontare la storia della mia pratica aikidoistica.
Volevo raccontare quella che era la mia, e la nostra (anche i miei compagni di allenamento erano come me) "ingenuità" nell'approcciare allo studio.
Sapevamo anche noi che, non so, Fujimoto faceva in un modo e Hosokawa in un altro, o che Tada aveva uno stile tutto suo.
Tuttavia, da principianti, non ci ponevamo affatto il problema.
Erano tutti eccezionali.
La mia palestra era "non Fujimotiana", per un certo periodo era molto vicina a Kurihara, che ci seguiva molto, ma io, come dicevo, andavo a curiosare nel lavoro degli altri.
Quello che noto, è che adesso i principianti (intesi come le cinture bianche, soprattutto ai primi anni) sono molto più ideologizzati.
Già pretendono di avere un percorso didattico e tecnico di riferimento.
Se allora la mia palestra organizza uno stage con l'insegnante che "fa come Fujimoto", ecco che gli studenti dell'altra scuola non vengono, e nemmeno a curiosare.
Non vengono a praticare e neppure ad assistere.
Non si affacciano alle mie lezioni, nè lo fanno i miei, ai quali invece dico di andare a vedere il lavoro degli altri.
A me pare incredibile.
Come possono non essere curiosi?
Una persona che fa aikido da, chessò, due anni, non ha neppure i mezzi mentali per comprendere davvero quelle che sono le differenze e le vicinanze tra un metodo ed un altro.
Che occorra scegliere, ad un certo punto, sono assolutamente convinto.
Tuttavia, lo si può e lo si deve fare quando si è compiuta una parte accettabilmente lunga della strada, quella diciamo così generica, ed è venuto il momento di "specializzarsi".
D'altro canto, il Maestro Fujimoto, che per me è stata letteralmente una folgorazione, è arrivato tardi nella mia vita aikidoistica, come penso fosse giusto che accadesse, perchè in questo modo ho potuto davvero capire la sua infinita grandezza.
Ora, è vero che esistono storie d'amore nate quando due persone avevano, chessò, quattordici anni.
Si sono scelti, e non si sono più lasciati.
Però sono eccezioni.
Normalmente, per un certo tempo, piò o meno lungo certo, occorre sperimentare, conoscere, in altre parole formarsi.
Occorre guardarsi intorno, assaggiare un pò tutto di quello che ci viene proposto, e solo quando ci si è sufficentemente completati, ecco che può compiersi una scelta consapevole e "informata".
Dunque, principianti e mudansha, e più in generale chiunque non abbia ancora trovato la propria strada, devono essere incoraggiati a curiosare, e a frequentare gruppi di lavoro differenti ed eterogenei.
Non chiudetevi, almeno sino a quando non sarete certi, perchè avrete scelto dopo un periodo di formazione apprezzabilmente lungo e vario, a quale stile e Maestro di riferimento vorrete votarvi.
A quel punto, dedicatevi anima e corpo a quel modello, e cercate di apprendere tutto il possibile di quello.
Senza comunque chiudersi in una specie di convento di clausura.
Tenendo gli occhi e le orecchie aperte.
Senza fideismi e idolatrie.
Buona pratica a tutti.
Luca

venerdì 5 aprile 2013

stage Maestro Foglietta, informazioni

Aikikai Daunia, Dojo affiliato alla Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese
AIKIKAI D’ITALIA
Organizza uno
­­Stage di Aikido
FOGGIA 06-07 APRILE 2013
Diretto da
SENSEI ROBERTO FOGLIETTA
(VI DAN AIKIKAI d’ITALIA)
Orari

         Sabato  09                      h. 17.30-18.00   iscrizioni
                                                h. 18.00-20.30   lezione

       Domenica 10                    h. 09.00-09.30   iscrizioni
                                                 h. 09.30-12.00   lezione



Lo stage si svolgerà nella sala destinata al Judo presso la palestra di atletica pesante “Taralli”, sita in Foggia alla via Baffi n. 27.
Il complesso sportivo si trova nella zona di parco s. Felice, alle spalle della piscina comunale, accanto al circolo schermistico dauno.
E’ necessario munirsi di jo, bokken, tanto.
Chi ne fosse sprovvisto, è pregato di avvertire qualche giorno prima dello stage il responsabile del dojo Aikikai Daunia.

Costo Stage:                  Intero stage                            €  40.00
                                               Un solo giorno                       €  25.00

E’ auspicabile che, salvi reali impedimenti, la partecipazione avvenga rispetto ad entrambe le giornate di allenamento.                                  

Per ogni informazione rivolgersi al responsabile di dojo: Gianluca Daniele, tel. 348/3148771

giovedì 4 aprile 2013

Stage con il maestro Foglietta

Si svolgerà il sei e sette aprile, a Foggia, lo stage diretto dal Maestro Roberto Foglietta, VI dan, responsabile dei dojo Renbukai di Pesaro e Rimini.
Gli orari sono, al sabato, dalle 18.30  alle 20.30, e dalle 09.30 alle 12.00 la domenica.
Si tratta, come è ai più noto, di uno dei più valenti e stimati insegnanti italiani, incaricato (con sensei Travaglini) direttamente dal maestro Fujimoto, nel suo "testamento" didattico e spirituale, di dirigere gli stage internazionali invernale ed estivo.
E' uno dei miei insegnanti di riferimento, da tempo, e gli sono grato per l'attenzione che sta mettendo alla crescita, faticosa ma continua, del mio piccolo dojo.
Ciascuno nella diversità del suo ruolo, il suo è ben più gravoso, siamo entrambi responsabili dell'impegno di perpetuare e mantenere in vita quel magnifico e sterminato patrimonio di sapere e conoscenza che era l'aikido praticato dal maestro Fujimoto.
I raduni e le lezioni del maestro Foglietta sono straordinariamente intensi dal punto di vista fisico e psicologico.
Chiede sempre il massimo, una attenzione continua e concentrata, e riesce con la sua grinta a tirare fuori il meglio da ogni praticante.
Sono certo che chi deciderà di partecipare, si divertirà e tornerà certamente più preparato e motivato agli allenamenti quotidiani.
Dunque, accorrete.
Accettate la "sfida".
Sono sicuro che, ne converrete, ne varrà la pena.
A presto.
Luca

domenica 24 febbraio 2013

Ad un anno dalla scomparsa del Maestro

Il 20 febbraio scorso è passato un anno dalla morte del Maestro Fujimoto.
Mi capita spesso di parlare di lui agli allievi, che in gran parte non lo hanno mai conosciuto, ma non ho mai ben capito se mi riesce davvero di rendere efficacemente tutta la grandezza ed eccezionalità di questo personaggio, anche se considerato alla luce di altri grandi shihan e maestri che lo hanno preceduto e che ne sono stati contemporanei.
Sembrano incuriositi, e certamente comprendono, da quello che dico, quanta importanza abbia avuto la sua influenza sul mio modo di praticare e insegnare.
Tuttavia, ho qualche volta il dubbio che pensino che la mia fosse una specie di adorazione, una sorta di infatuazione, il che mi dispiacerebbe, perchè non si è mai trattato di questo.
Sono una persona abbastanza aliena da questi rischi, e comunque l'ho seguito troppo sporadicamente perchè potessi invaghirmi della personalità, certamente magnetica, del Maestro.
Comunque, quello che era impressionante era anzitutto la sua didattica.
Univa un sapere enciclopedico ad un talento unico ed inarrivabile, ed era un faro luminosissimo e rivelatore.
Era capace di scomporre e rimontare le tecniche e i movimenti, spiegarne ogni momento e aspetto, rendendo perfettamente comprensibile ogni più remoto particolare e segreto.
Non ho mai visto, in alcun altro Maestro, una capacità altrettanto sovraumana di dominare ogni singolo frammento della esecuzione dei waza.
Quello che era abbastanza stupefacente, peraltro, era che quando poi quei singoli frammenti venivano ricomposti, e l'esecuzione accellerata, la tecnica risultava avere la stessa identica precisione di quando l'aveva eseguita al rallentatore, fatto questo, anch'esso, mai visto presso gli altri pur grandi shihan.
Il suo stile, assai evolutosi negli anni, era poi straordinariamente elegante, fluido, sferico.
L'uke veniva letteralmente "aspirato" nel vortice che il Maestro riusciva a generare nello stabilire il contatto, senza tuttavia risultare stucchevole e "ballerino", come capita talvolta a chi tenta di essere elegante, e risulta spesso più simile ad un danzatore che ad un esecutore di tecniche marziali.
Questo era possibile perchè la scelta di tempo, e la gestione della distanza, erano letteralmente perfette.
Era poi una persona straordinariamente simpatica.
Sorrideva spesso, ed era eccezionale nel coinvolgere, incoraggiare.
Ricordava praticamente di tutti quelli che frequentavano le sue lezioni e i suoi stage, mostrando una memoria da questo punto di vista impressionante.
Soprattutto prima di ammalarsi, girava continuamente per il tatami, e tirava le tecniche con chiunque gli capitasse a tiro.
Ogni tanto si rabbuiava, ed era capace di fenomenali ramanzine.
Questo gli ha procurato numerosa avversione, e forse un pò è anche colpa sua, di qualche eccesso giovanile, o forse al contrario da sensei vecchio stile.
Con il tempo, comunque, questo aspetto era diventato decisamente secondario, e non esagerava mai.
Se c'era qualcosa che non condivideva, di solito raccontava qualcosa, aneddoti o espedienti analoghi, per farsi intendere.
Ed era, a mio giudizio, efficacissimo.
Ripeteva spesso che, per progredire, bisognava studiare, e farlo sempre con l'atteggiamento di chi è concentrato, presente, quello di chi sa che ogni volta può essere l'ultima.
Quando è arivata la malattia, terribile e spietata nel suo verdetto senza speranza, ha continuato a praticare, e lo ha anzi fatto ancora meglio.
Ha lottato come un leone, e ci ha impartito la più impressionante lezione di coraggio, dignità e amore per l'aikido cui si potesse assistere.
Spesso, in quegli incredibili due anni, ci ha detto di impegnarci di più, di tentare di capire di più, perchè lui non aveva più molto tempo.
L'ultimo stage lo fece in novembre, ricordo che aveva un braccio completamente fuori uso, ma sorrise e incoraggiò anche in quell'occasione, paziente e paterno.
Ancora non riesco a credere che non ci sia più, e il vuoto, per quanto cerchiamo tutti di andare avanti, è immenso, e la tristezza grandissima.
Avrei voluto dirgli quanto sia stato importante per me, e per l'aikido, ma spero e credo che lo sapesse.
Addio, grande Maestro.
Nessuno potrà dimenticarti.

venerdì 11 gennaio 2013

Stage 26 gennaio 2013, maestro Casale

Si terrà presso i locali del nostro dojo uno stage "monolezione" diretto dal Maestro Domenico Casale, V dan dell'Aikikai d'Italia.
Si svolgerà il 26 gennaio, sabato, e l'allenamento si protrarrà tra le 16.30 e le 19.30.
La quota di iscrizione, al fine di incoraggiare una massiccia partecipazione, sarà poco più che simbolica.
Mimmo Casale è, come sa chiunque sia un minimo addentro alla vita aikidoistica, un sensei stimato e apprezzato pressochè universalmente nell'ambiente.
Pratica da oltre trent'anni, e insegna da almeno venti.
La sua scuola, presso la quale mi reco ad allenarmi settimanalmente da oramai quattro anni, è caratterizzata da lezioni intense e, direi, divertentissime.
Mi hanno aiutato a prepararmi per l'esame di terzo dan e sono assolutamente convinto che il lavoro fatto con loro, e dunque con Mimmo in primis, abbia dato enormi frutti, e mi abbia consentito di superare la prova in maniera relativamente agevole.
Era, mi è sempre sembrato di intuire, particolarmente caro al Maestro Fujimoto, che credo lo stimasse anche sotto il profilo tecnico.
Penso abbia, obiettivamente, un talento che raramente mi è capitato di vedere in altri pure affermati praticanti.
Ritengo che ove avesse scelto la strada del professionismo avrebbe fatto grandi cose, ed è comunque un autorevole interprete del Maestro, soprattutto della sua fase "anni 90", per così dire.
Fisicamente sembra un ragazzino, e vederlo all'opera è da questo punto di vista piuttosto impressionante.
Gli devo, poi, anche altro, perchè ricordo vivissimamente un articolo da lui scritto sulla rivista dell'associazione (quando ancora era una rivista bellissima, e stendendo un velo pietoso su questo argomento), e  che lessi quando avevo pochi anni di pratica, nel quale con straordinaria nonchalance, e senza alcuna enfasi sulle difficoltà che comportava, raccontò del suo impressionate peregrinare per l'Italia, girando dojo in ogni dove, al fine di imparare e mettersi alla prova.
Quell'articolo mi ha segnato profondamente, e ha rappresentato per me sempre un modello da imitare, ed un esempio di dedizione, abnegazione alla disciplina, e, direi, entusiasmo e amore per essa.
Insomma, venite.
Ci divertiremo.

domenica 6 gennaio 2013

Stages recenti

Procedo a rendicontare, sia pure con un pò di ritardo, due stages svoltisi sul finire dell'anno passato.
Il primo è quello di Foggia, tenutosi l'ultmia settimana di Novembre, e diretto da sensei Daniele Montenegro.
Il secondo, il raduno di Natale, "tornato" a via Porpora dopo l'intermezzo di due anni a Lambrate.
Quanto allo stage di Montenegro, dirò che esso rappresenta il seguito di quello svoltosi nel gennaio 2012, e che ha iniziato una collaborazione che personalmente mi sta molto a cuore, e che trovo preziosissima per il dojo che conduco e la realtà foggiana e pugliese tutta.
Sensei Montenegro, uno dei più stretti collaboratori e allievi del Maestro Fujimoto per oltre dieci anni, ha impostato la prima lezione, quella del sabato, su tecniche di entrata da aihanmi katatetori preparatorie di waza assai più complessi, quali quelli di leva da attacchi in ushiro katatetori kubishime, in altre parole gli strangolamenti.
Afferrato da uke al polso, tori procedeva ad entrare nella guardia di quello attraverso un movimento diretto, da effettuarsi con lo spostamento della gamba interna, ossia quella più vicina ad uke e corrispondente alla mano afferrata.
Ha preferito lavorare su questo ingresso, differente da quello tradizionalmente utilizzato, appunto perchè le tecniche miravano a preparare gli ushiro waza, nelle quali evidentemente non è possibile spostarsi se non con quella gamba.
Uke, difatti, nell'applicare lo strangolamento tende a tirare verso di sè tori, cosicchè, non essendoci possibilità di spostamento se non minimo, si rende necessario uscire nella direzione dalla quale proviene l'attacco nel contempo "alzando" il braccio dell'aggressore attraverso un movimento di te sabaki (girando il polso in modo da vedere il dorso della mano) che ne sposti in alto, appunto, il baricentro.
Abbiamo eseguito così tecniche base di leva, ossia ikkyo, nikkyo  e sankyo, omote e ura, operando anche la variante rappresentata dalla uscita in ginocchio e lavorando anche sulla mano opposta, ossia quella dello strangolamento.
Grande attenzione è stata riservata, come illustrava sempre il Maestro, alla necessità di non spezzare il contatto tra i due partners, rimanendo bassi e raccolti, e vicini ad uke.
Il secondo giorno, Montenegro ha invece lavorato sulle tecniche da gyakuhanmi katatetori, prevalentemente ikkyo, enfatizzando in particolare il te sabaki necessario a fare muovere attorno a tori l'uke (ancora una volta ruotando il polso e costringendo uke, se "vuole" tenere, a "camminare" per mantenere la presa e riavvicinarsi a tori), e il movimento dello stesso uke indispensabile per conservare la presa e consentire la prosecuzione e conclusione delle tecniche.
E' stato, conclusivamente, uno stage interessantissimo, ricco di spunti e nozioni che mi hanno ricordato in maniera vivissima le lezioni "Fujimotiane", piene di dettagli e stimoli, con una impressionante attenzione ad ogni aspetto tecnico e marziale, e senza alcun cedimento all'improvvisazione e alla frenesia.
In  altre parole, si è studiato, e non solo sudato.
E' stato un raduno talmente convincente, che anche a Bari hanno deciso di invitare Montenegro nella seconda metà di maggio, il che, spero, costituirà un ulteriore tassello verso la definitiva affermazione di questo straordinatrio insegnante.
Si è poi svolto a Milano, tra Natale e Capodanno, il tradizionale stage nazionale, come dicevo "rientrato" a Via Porpora, nel dojo Fujimoto.
Il posto è piccolo, va detto, e conseguentemente si è reso necessario organizzare i due turni divisi tra mudansha e yudansha.
Si sono alternati i maestri Travaglini e Foglietta, entrambi sesti dan e incaricati, dallo stesso Maestro Fujimoto, di dirigere i due stages, quello di Laces e quello di Natale, che costituivano i due raduni principali del gruppo.
Le lezioni hanno avuto ad oggetto tecniche di ogni genere, come è tradizione negli stages lunghi, e hanno riguardato attacchi "semplici", quali prese al polso (ma il Maestro diceva sempre che le tecniche più difficili sono quelle dell'esame di sesto kyu) sino a combinazioni complicate quali ushiro eri dori o, non so, katatori menuchi in suwariwaza.
E' stato uno stage bello, pienissimo di partecipanti, con la sala letteralmente stracolma.
Anche in questo contesto, è stata prestata straordinaria attenzione ai dettagli e agli aspetti tecnici di ogni waza affrontato, con enorme cura nello spiegare le caratteristiche del contatto uke tori e della "genesi" delle tecniche e dei movimenti.
Sono rientrato da Milano con una impressionante voglia, direi anzi bramosia, di praticare, segnale inequivocabile della riuscita dello stage, della carica che mi ha dato e degli spunti di lavoro che ne ho tratto.
E' stato bello rivedere così tanti praticanti e un clima così intenso ed entusiasta, perchè ha sfatato la mia preoccupazione di una progressiva scomparsa del "gruppo Fujimoto" e con esso di quello splendido sapere.
Concludo dicendo che il mio auspicio è che tutto ciò vada avanti, e che tensioni personalistiche e protagonismi non minino questo magnifico patrimonio dell'aikido italiano e mondiale.
Il Maestro non c'è più, ma il suo incredibile lavoro, maturato in particolare negli ultimi due anni, quelli che hanno seguito la tremenda diagnosi e la altrettanto fatale conclusione, hanno dato i frutti sperati, e sembrano indurre tranquillità.
Ci manca tantissimo, ma il suo aikido è vivo e vitale.
A presto.