sabato 3 dicembre 2011

Breve cronaca dello stage di Milano

Si è svolto a Milano, lo scorso fine settimana, uno stage diretto dal Maestro Fujimoto.
Il Maestro ha guidato entrambi gli allenamenti, il secondo dei quali, quello della domenica mattina, si è protratto come oramai è consuetudine per tre ore.
Questo già dice enormemente della straordinaria forza di volontà di Fujimoto shihan, della sua impressionante capacità di reazione alle avversità e della sua ferma intenzione di trasmettere la maggiore quantità possibile di informazioni e conoscenze (soprattutto, lo dice spesso, a coloro i quali hanno o avranno responsabilità di insegnamento).
Registro, infine, la perdurante assenza  a questi appuntamenti dei membri della direzione didattica, e questo non perchè si sia sentita la loro mancanza, ma perchè mi pare evidente che da queste lezioni avrebbero senza dubbio da imparare, e anche molto.
Comunqe, ce ne faremo una ragione.
Sotto il profilo tecnico, il raduno ha messo l'accento sulla necessità di comprendere bene i movimenti di base, affinchè le tecniche possano scaturire correttamente da essi.
Il Maestro ha dunque chiesto di provare e riprovare shi ho giri, non soltanto in piedi, ma soprattutto in shikko.
Ne ha illustrate due forme: l'una meno fluida, nella quale l'ingresso con il passo posteriore, e dunque l'irimi, è seguito soltanto dal kaiten, immediato, cosicchè occorre poggiare il ginocchio che è entrato e alzare quello divenuto posteriore, nel contempo alzando le braccia e poi calandole dopo avere cambiato direzione nel gesto del fendente di spada; l'altra, più continua, caratterizzata dal fatto che il movimento di entrata viene portato a termine, nel senso che il ginocchio con il quale si è compiuto irimi viene portato sino a terra, riproducendo uno shi ho giri nel quale dapprima, in entrata, si fa tsuki, e solo dopo, nell'altra direzione, si inizia  il gesto di shomen uchi, tenendo il ginocchio davanti alzato.
E', sostanzialmente, la riproduzione delle due forme di shi ho nage omote in hanmihantachi waza.
La prima più per principianti, la seconda più per avanzati, con le ginoccha finali entrambe giù (nella tecnica infatti, a differenza che nel tai sabaki, il ginocchio viene, in questa forma, portato a terra per controllare uke), e che tuttavia spesso fa sì che uke venga scaricato a terra senza che tori riesca a imprimere una precisa direzione, finendo quest'ultimo per sbilanciarsi, e non essere in grado di esercitare alcun controllo sul partner.
Avviso ai naviganti.
Il Maestro ha lasciato chiaramente intendere che questo costituirà materia di esame, soprattutto per le cinture nere e per gli aspiranti shodan.
Lo stage è poi proseguito con la indicazione del Maestro a individuare alcune tecniche fondamentali e di base, ossia ikkyo, shi ho nage, irimi nage, kote gaeshi, kaiten nage, e a praticare partendo sempre da esse, facendone scaturire poi le tecniche "figlie".
Un invito analogo mi è capitato di sentirlo fare anche all'attuale Doshu, che suggeriva di dividere i waza per "famiglie", praticando con questa idea e dunque sviluppando le attitudini che ciascun gruppo di tecniche ha in sè.
Tipico è il caso delle tecniche di immobilizzazione (osae o katame waza), tutte scaturenti da ikkyo.
In altre parole, noi insegnanti dovremmo evitare di iniziare le lezioni da uchi kaiten sankyo, tanto per fare un esempio, o da ude garame.
Su questo filone, il Maestro ha proposto allora uno studio di queste tecniche di base, e di ikkyo in specie, da prese, e in particolare dalla temibile e "fastidiosa" katateryotetori, della quale ha illustrato diverse modalità di evasione, alcune più statiche altre più dinamiche, insistendo per tutte però sul corretto atteggiamento da avere da parte di tori, e sulla necessità di chiudere l'ascella, o colmare lo spazio che lo divide da uke prima di "piazzare" la tecnica.
Inoltre, ha richiamato l'attenzione sulla necessità, nelle tecniche di "ura" (inteso come buio, ciò che non si vede), di porsi alle spalle di uke, cercando questa condizione come attitudine da sviluppare in senso marziale.
Abbiamo fatto, naturalmente, anche altro, ma questa è stata l'essenza del raduno.
Per lo stage di natale, non dovrebbero esserci serie preoccupazioni, e dunque è stato confermato.
Invito ancora una volta, allora, chiunque abbia davvero voglia di imparare, a non farsi sfuggire altre occasioni per praticare con il Maestro, perchè non è detto che ci saranno altre chance.
Ma questo lo dico più in generale, a prescindere dalle condizioni di salute di Fujimoto shihan.
Quello che c'è oggi non è detto che ci sarà anche domani.
E' triste, ma è così.
"Ichi go, ichi e", dunque, è un ammonimento e un invito che dobbiamo avere sempre presente, in tutto quello che facciamo e che ci sta a cuore.
Buon allenamento a tutti.

sabato 19 novembre 2011

Il corretto atteggiamento da avere nella pratica

Mi capita spesso di dovere interrompere la lezione per spiegare, o almento tentare di spiegare, alcune delle (per così dire) precondizioni di una corretta e fruttuosa pratica aikidoistica.
Sia chiaro, io mi ritengo soltanto un divulgatore, e dunque tento di evitare il più possibile innesti personalistici, pure inevitabili alla luce dell'eseperienza fatta e comunque acquisita.
Spesso, la difficoltà dell'insegnante, quella principale intendo, è quella di rendere comprensibili le dinamiche dell'esercizio proposto, in modo da evitare i due atteggiamenti simmemtricamente errati.
Nell'aikido, difatti, non si combatte, non si lotta, e uke e tori si alternano nello sperimentare la tecnica ben sapendo esattamente cosa'altro sta per fare ed eseguire.
Non c'è, in altre parole, sorpresa.
Eppure, e qui sta la difficoltà, occorre ricreare quelle condizioni di sorpresa, perchè altrimenti non c'è tecnica e non c'è aikido.
Deve "fare finta" di essere sorpreso Tori, nel senso che la sua reazione all'attacco deve essere connotata da immediatezza, decisione, attenzione e "definitività".
Io che eseguo, insomma, so che sta arrivando, ad esempio, una presa al polso, ma devo agire con lo stesso atteggiamento che avrei ove quella che arriva non fosse, o potesse non essere una presa ma un pugno, o peggio, una coltellata.
Devo, dunque, anticipare quel tanto che serve per evitare che la presa si consolidi, devo uscire dalla linea di attacco ponendomi nel punto morto (shikaku) di uke, devo, pure non portando l'atemi (il colpo ai punti deboli, kyusho), avere la stessa postura che dovrei assumere ove quell'atemi volessi portare (per esempio, caricare il busto e l'anca).
Non devo, in sostanza, agire debolmente e in ritardo "perchè tanto è una presa e non può farmi male".
Allo stesso modo, Uke sa bene la tecnica o almeno la tipologia di tecniche che tori gli applicherà.
Sa bene che tori, salvo che si tratti di un incosciente, agirà con la necessaria lentezza e delicatezza, perchè non vuole nuocergli.
Probabilmente, e nella maggior parte dei casi, sa anche perfettamente da quale direzione tori uscirà dall'attacco.
Dunque, perchè la pratica possa avere luogo, deve assumere l'atteggiamento (del corpo, è chiaro, non mentale) di chi venisse sorpreso, e appunto ricreare lo sbilanciamento e le movenze che plausibilmente avrebbe ove quella sorpresa davvero vi fosse.
Deve, dunque, agire come se l'atemi di tori arrivasse, o potesse arrivare.
Deve, di fronte allo spostamento di tori, evitare di seguirlo immediatamente, perchè questo, di fronte ad una reazione inaspettata, non potrebbe normalmente accadere.
Deve, quando subisce l'evasione dell'altro, tentare di riposizionarsi accettando lo squilibrio che quello in questo modo ha determinato.
Se tutto questo non c'è, allora non ci può essere aikido.
E' una pena, davvero, vedere alcuni praticanti che ignorando tutte queste dinamiche, realizzano una tecnica nella quale uke attacca svogliatamente e senza alcuna marzialità (ho visto spesso qualche vecchio trombone, ma lo stesso vale per i loro allievi, attaccare guardando altrove, e un attimo dopo magari avere anche l'ardire di sperticarsi in istruzioni tecniche e marziali), e tori reagire senza uscire dalla linea d'attacco, in maniera scoordinata e goffa, magari enfatizzando oltre misura un atemi portato malissimo ma con atteggiamento da samurai medievale e implacabile.
Di solito, se il livello di idiozia è sufficientemente alto, i due finiscono avvinghiati nel tentativo di piazzare la tanto abusata kaeshi waza (restituire la tecnica, in altre parole una controtecnica), che è il regno dell'ignoranza aikidoistica.
Se tutti e due gli esecutori fanno quello che devono fare, e con l'atteggiamento giusto, non ci sono kaeshi waza, e tanto la azione che la reazione sono concentrate, dinamiche, e catalizzatrici dell'energia, come sarebbero se, appunto, il contesto fosse davvero quello marziale, e dunque l'esercizio stesso fosse connotato da potenziale definitività.
Questo è l'insegnamento sul quale insiste molto il maestro Fujimoto, assai più delle tecniche in se stesse.
Questo atteggiamento è la precondizione perchè la pratica aikidoistica possa essere credibile, conforme alla tradizione marziale di provenienza, e dunque perchè la nostra difficile e complessa disciplina possa sopravvivere nel tempo.
A mio giudizio, un insegnante che non trasmetta questi canoni di comportamento, non fa bene il suo mestiere.
Agli allievi e studenti mi permetto di dire di verificare, vagliare, scrutare cosa fanno gli altri al di fuori del proprio dojo, e mettere sempre in discussione l'operato e il vero valore del proprio istruttore.
Non siete voi ad essere al nostro servizio, ma noi insegnanti al vostro, e al servizio dell'aikido tutto.
Buon allenamento.

sabato 29 ottobre 2011

Stage a Foggia con sensei Casale

Arriva la conferma di quello che è oramai un appuntamento tradizionale della nostra piccola associazione e dell'aikido foggiano in generale.
Anche questo novembre si terrà lo stage con Domenico Casale, V dan dell'aikikai d'Italia, responsabile del Waka Ki Dojo di Bari.
Mi reco, l'ho già scritto, settimanalmente ad allenarmi in quella struttura, e mi considero un appartenente a quel dojo e non solo un ospite sia pure assiduo.
In quasi tre anni di lavoro con loro, posso ritenermi sicuro di avere compiuto significativi progressi e di avere conseguito nuovi traguardi nella mia crescita aikidoistica, e, lo ripeto, ho potuto affrontare e superare senza particolari problemi un momento impegnativo come l'esame di sandan con il Maestro Fujimoto in gran parte grazie a questa esperienza.
Dunque consiglio a chiunque legga di seguirmi e venire a provare, si tratta di allenamenti intensi e al contempo gioiosi, che sono certo piaceranno a chiunque abbia davvero voglia di imparare e progredire.
Mimmo lo conoscevo da sempre, perchè quando io ho iniziato, nel lontano 1990, lui era uno dei "giovani leoni", la definizione è mia, che vedevo fare da uke ai Maestri giapponesi e che ammiravo intensamente.
Hanno rappresentato, a mio giudizio, una generazione che ha permesso all'aikido italiano (ma lo stesso immagino sia successo anche in altre nazioni europee) di fare un significativo salto di qualità, superando la fase pionieristica (inevitabilmente più grossolana e meno raffinata tecnicamente) per approare ad una più evoluta e apprezzabile.
Lo ritrovai, poi, qualche anno fa, mi sembra fosse il 2008, durante uno stage "panbarese" con tutti gli istruttori del capoluogo, tra i quali appunto vi era Mimmo.
Ebbene, le sue lezioni, a mio avviso, furono decisamente le migliori, e ne rimasi profondamente impressionato.
Inoltre, mi colpì il suo atteggiamento, umile e al contempo sicuro, quel parlare poco e mai a sproposito.
Mentre negli altri due c'era una evidente tentazione di "lasciare il segno", stupire la platea e rendere spettacolare la loro lezione, Mimmo sembrava completamente intento a insegnare e praticare, senza alcuna deriva narcisistica.
E' rimasto così, con tutta quella carica di energia e voglia di migliorarsi.
Dunque, mi raccomando, accorrete a quest'evento, c'è da imparare e da divertirsi tanto.
Vi aspetto, alla palestra Taralli, sabato 12 e domenica 13 novembre.
La locandina la inseriremo a giorni sulla sezione Raduni del portale dell'aikikai d'Italia.
A presto.

venerdì 14 ottobre 2011

Gli "stili" aikidoistici

L'aikido è, a mio giudizio senza alcun dubbio, una delle discipline nelle quali la applicazione delle tecniche lascia i maggiori margini di creatività all'esecutore.
Si tratta di un aspetto che ritengo bellissimo e che rende sotto molti aspetti unica la disciplina.
E tuttavia, si corre il rischio di cadere in una sorta di relativismo estremo, ossia in una filosofia del "va bene tutto" che rende difficile distinguere cosa è giusto da cosa è sbagliato, la personale visione di una tecnica pure corretta da quella che è semplicemente una cattiva esecuzione.
Come regolarsi, dunque, e discernere la personalità nella interpretazione dal vero e proprio errore?
La mia opinione è che questo possa avvenire se si ha ben presente quali sono i cardini marziali della tecnica aikidoistica, in altre parole se si riesce ad avere chiare le attitudini di combattimento e difesa dalle quali il waza non può prescindere se non al prezzo di decadere al rango di semplice esercizio ginnico o coreografico.
Diceva molto giustamente un grandissimo maestro, Gozo Shioda, che "accade a tutti di pensare: come eseguire questa tecnica? Come eseguire quella tecnica?; ma ciò che bisogna ricordare è che sebbene vi siano molte tecniche, dovete afferrare i principi alla base di esse. Ne deriva che dovete rapidamente spostare il vostro equilibrio, muovendo mani, piedi e fianchi come una cosa sola. Il principio che permea tutte le tecniche è il medesimo, ad esempio la stabilità del corpo, lo spostamento dell'equilibrio, il guidare l'energia, e così via. Una volta afferrati completamente questi principi, sarà naturale per voi perdere interesse per i dettagli particolari delle singole tenciche. Ciò vuol dire che, invece di pensare: farò questo, farò quello, arriverete ad un livello in cui, avendo afferrato i principi, sarà il vostro corpo a muoversi da solo secondo tali principi".
Dunque possiamo dire che esistano appunto alcuni principi di base, e che una tecnica è corretta quando, pure nella diversità dei modi di interpretarla, rispetta e soddisfa questi canoni di riferimento.
Per esempio, di fronte all'attacco, è certamente sbagliato non deviare la linea di esso, e non porsi alle spalle dell'aggressore.
Come farlo, naturalmente, è qualcosa che può ricevere molte soluzioni.
Ad esempio, qualcuno potrebbe agire sul corpo di uke, mettendolo in leva e provocandone lo spostamento, mentre altri possono scegliere di spostare il loro corpo mandando uke a vuoto.
Tuttavia, una tecnica che venisse eseguita senza porsi nel "punto morto" (shikaku) dell'avversario sarebbe certamente sbagliata, appunto perchè avrebbe smarrito la sua attitudine marziale.
Gli esempi potrebbero essere molti altri.
Così, ancora, occorre generalmente fare in modo che il corpo sia sempre ben bilanciato, e dunque tentare di assicurarsi sempre un perfetto equilibrio facendo sì che allo spostamento di un braccio faccia riscontro un correlativo spostamento del piede in modo da non perdere il baricentro giusto.
Occorre, inoltre, evitare di aprire le ascelle, perchè altrimenti finiremmo per indebolire la nostra capacità di urto e di resistenza alle spinte e controspinte di uke.
Voglio dire, in conclusione, che non tutto è consentito, e che la libertà dei modi di esprimersi non va confusa con una sorta di licenza poetica in forza della quale ognuno fa come più gli aggrada.
Nell'aikido, per scelta del Fondatore alla quale noi tutti abbiamo aderito, non si combatte, e pertanto la verifica della corretta esecuzione non passa per il confronto in un duello.
E' indispensabile, allora, una forte autodisciplina, e volontà di non discostarsi dai principi marziali di base di cui parlava il maestro Shioda.
E' altresì necessario, per gli insegnanti, studiare sempre e bene, avere una profonda comprensione delle dinamiche che la tecnica va a ricreare, non stancarsi mai di limare e perfezionare la propria esecuzione, perchè è questa la condizione imprescindibile affinchè si possano afferrare le linee guida e trasmettere un sapere davvero maturo e reale, che divenga patrimonio comune del dojo e possa sopravvivere al tempo e alla inevitabile "temporaneità" della nostra presenza.
Gli insegnanti valorosi non solo quelli che eseguono complicatissime tecniche artificiose e spettacolari, o cianciano di energie cosmiche e illuminazioni, ma quelli che posseggono e trasmettono correttamente i principi e le tecniche di base attraverso un serio e quotidiano lavoro di autoperfezionamento.

sabato 1 ottobre 2011

Lo studio delle armi nell'aikido

La pratica aikidoistica prevede lo studio, oltre che delle tecniche a mani nude, di tre tipi di armi, tutte riconducibili all'equipaggiamento e al bagaglio di conoscenze del guerriero feudale giapponese, il c.d. samurai o, in un certo senso più appropriatamente, del c.d bushi.
Le armi in questione sono la spada, il bastone e la daga.
La spada che si utilizza è denominata "bokken" o più raramente "bokuto", e vuo dire, letteralmente, spada (ken) di legno (bo).
Si tratta di un attrezzo che riproduce, per quanto non del tutto fedelmente, la forma, le dimensioni ed il peso della katana, la tipica spada del bushi, simile alla sciabola europea, con il filo da un lato solo della lama e nella parte superiore, e di lunghezza approssimativamente vicina al metro.
Il jo è un bastone "corto", di lunghezza generalmente pari a circa 1,20 m.
Si dice che è corto nel senso che è "più corto" del bastone normalmente usato nel kobudo giapponese (ma a dire il vero si trova anche nel wushu cinese e nel c.d. kobudo di Okinawa) e chiamato in giapponese Bo.
E', il jo, un'arma che è al contempo uno strumento per l'allenamento alle tecniche della lancia e dell'alabarda (yari e naginata, come appunto il bokken lo è per lo studio delle tecniche della katana), delle quali è tuttavia sensibilmente più corto, ma anche un'arma "originaria", il cui utilizzo era assai diffuso stante la sua facile "portabilità" (è noto difatti che il porto delle spade era consentito soltanto ai bushi, ed era precluso ad altre categorie sociali), e perchè assecondava esigenze etiche di chi voleva sì difendersi ma senza uccidere.
Il tanto, infine, è uno strumento in legno costruito per riprodurre le forme della corrispondente arma che i bushi portavano anche per combattere, ma anche per uccidersi con il suicidio rituale (il noto "seppuku" o meno nobilmente "harakiri", ossia taglio del ventre).
Perchè si studiano le armi nell'aikido, posto che l'aikido, nelle intenzioni del Fondatore, era disciplina della non violenza e dell'amore universale?
O sensei una riposta non l'ha mai propriamente fornita, ma è noto che in un primo momento avesse espunto lo studio delle armi che ha poi progressivamente recuperato.
Ebbene questo studio è necessario anzitutto perchè l'aikido è disciplina modernissima ma al contempo estremamente tradizionale, cosicchè parrebbe incompleto un recupero della tradizione marziale giapponese che si privasse in blocco di quella che ne è stata la parte fondamentale, ossia le armi del bushi (ricordiamo difatti che le tecniche a mani nude sono un fenomeno relativamente recente, sviluppatosi autonomamente soltanto con la modernizzazione del giappone avvenuta verso la fine del diciannovesimo secolo e la proibizione al porto delle armi anche per i samurai; ancora adesso, infatti, molte tecniche di aikido partono dal presupposto che chi attacca intenda impedire a che si difende di impugnare la spada o il coltello).
In secondo luogo, perchè gran parte dei waza di aikido derivano pesantemente dai concetti sviluppati dalle tecniche armate, cosicchè sarebbe difficile penetrare le tecniche aikidoistiche se non si capisce quali sono quelle dalle quali esse derivano (basti pensare che quasi tutti gli attacchi dell'aikido sono attacchi di spada, e che la tipica "guardia" dell'aikido, il c.d. hanmi, letteralmente"metà corpo", è la guardia del lanciere).
Infine, perchè nell'aikido le armi sono usate comunque in maniera "inoffensiva", nel senso che sono espunte le tecniche definitive, pericolose e mortali.
Se si osserva difatti una combinazione di aikiken (ossia, traducendo molto ma molto liberamente, "la spada come si usa nell'aikido") ci si avvede facilmente che il colpo non viene portato a termine, essendo l'intento dei praticanti soltanto quello di sperimentare la tecnica di arma per meglio comprendere quella aikidoistica.
Non vedrete mai, in altre parole, l'aikidoka anticipare il compagno per piazzargli un taglio mortale all'addome, come invece fa lo spadaccino.
Lo stesso si può osservare nei kata, anche di coppia (i c.d. kumitachi o kumijo), nei quali normalmente la chiusura dell'esercizio è con una tecnica dissuasiva e non mortale (del tipo "non muoverti o ti faccio secco").
Anche difendendosi dal coltello (è piuttosto lungo e impressionante) l'aikidoka generalmente si muove per disarmare e impossessarsi dell'arma, mai per uccidere l'aggressore, in ciò differenziandosi notevolmente da una corrispondente tecnica di ju jitsu, che si chiude normalmente con la simbolica eliminazione, di solito per sgozzamento, di uke.
Dunque, non c'è nessuna incoerenza nell'uso delle armi nell'aikido rispetto al messaggio che lo connota.
A mio giudizio, le tecniche di arma sono molto importanti, anche in un'ottica difensiva, perchè sviluppano molto bene la profindità dell'attacco dell'aggressore, la necessità di porsi nella sua linea morta (c.d. shikaku, il punto in cui noi possiamo attaccarlo e lui non può farlo), la doverosità di un atteggiamento concentrato e serio nella pratica (quando arriva l'attacco di arma distrarsi è una pessima idea, a differenza delle mani nude nelle quali qualche volta questo accade e senza serie conseguenze).
Inoltre, studiare le armi è davvero un tuffo nel Giappone feudale, e nel suo straordinario mondo di conoscenze marziali, una specie di luogo ideale per chi non ci si sia trovato a vivere (starci dentro era probabimente molto meno entusiasmante, con la sua enorme violenza e prevaricazione), ma che è bellissimo rivivere in maniera incruenta, tornando forse anche un pò ragazzini, come in un certo senso siamo un pò tutti noi praticanti.
E', infine, l'ennesima conferma dello straordinaro messaggio dell'aikido, una disciplina che attraverso il budo, ossia le tecniche guerriere, si fa veicolo di concetti di non violenza e rispetto universale, anche ... con una spada in mano.
Bellissimo, non credete?

sabato 10 settembre 2011

Sfoghi di settembre

Sul sito di Simone Chierchini è apparsa una lettera aperta nella quale, in sostanza, comunica la propria scelta di abbandonare l'aikikai.
Non intendo, sia chiaro, polemizzare con Chierchini, che della mia opinione d'altro canto sicuramente può fare a meno.
Tuttavia, qualche mio allievo ha letto quello sfogo e credo si domandi cosa ci sia di vero e cosa di, non dico falso, ma almeno molto opinabile in quanto è scritto.
Cominciamo con il dire che Simone Chiechini, lo dico con assoluta sincerità, merita il dovuto rispetto, e questo anche quando dice e fa cose, come nel caso in questione, che non condivido e non mi piacciono.
Questo non soltanto per il cognome che porta, essendo suo padre sostanzialmente il fondatore dell'aikikai di Italia, e un indimenticato e amato presidente della associazione, ma anche per la sua storia personale di aikidoka, di persona che è letteralmente cresciuta sui tatami, ha collaborato con i più importanti shihan, ha diffuso l'aikido sia sotto il profilo pratico (tra tutte la fondazione e direzione dell'aikikai of Ireland), ma anche in termini di divulgazione attraverso pubblicazioni accurate e preziose, alcune delle quali fanno stabilmente parte della mia biblioteca relativa alla materia.
Detto questo, condivido pochissimo della sua "denuncia".
Chierchini, in sostanza, dice questo.
In primis, si lamenta che dal suo ritorno in Italia, datata estate 2009, è stato trattato da estraneo dall'aikikai d'Italia.
Mi viene da chiedere, tuttavia, dove sia stato in questi due anni, perchè io non l'ho praticamente mai incontrato.
Ho partecipato in questo periodo ad almeno, non so, quaranta giorni di stage con il Maestro Fujimoto, e a tanti altri incontri di allenamento e scambio di esperienze (talvolta anche organizzandone qualcuno, anche a pochi chilometri da Vasto) con altri sensei, e senza mai, nemmeno in una occasione, incontrare e vedervi partecipare Simone Chierchini.
Dunque il dubbio è che sia stato lui a trattare la Associazione, i suoi Maestri, istruttori e praticanti alla stregua di estranei assoluti, e non, o almeno non soltanto, il contrario.
Si avventura, poi, in una ardita demolizione del maestro Tada, che tuttavia non nomina mai nel corso della lettera, sostanzialmente affermando che si tratta di un personaggio che si arroga il  "titolo" di allievo diretto di O sensei senza esserlo stato, e che si tratterebbe di un aikidoista portatore di uno stile tutto suo, magari bello, ma che nulla o quasi avrebbe a che vedere con l'aikido trasmesso dal fondatore.
Personalmente, non sono affatto "tadista", e, devo confessarlo, da qualche anno nemmeno vado più agli stage che tiene.
Non posso che notare, però, che il Maestro Tada fu inviato in Italia per volere di O sensei, che nel 1964 era vivissimo e pienamente attivo.
Tada, poi, era stato insignito, già allora, e dallo stesso fondatore, del grado (stratosferico per uno che praticava da meno di venti anni) di settimo dan, e di shihan, cosicchè mi sembra inevitabile inferirne che Tada sensei aveva il pieno gradimento del fondatore e di tutto lo staff del quale questo si avvaleva.
In una montagna di filmati e documenti di ogni genere si può vedere Tada che fa lezione con O sensei, gli fa da uke, o tiene dimostrazioni alla sua presenza.
Ma Chierchini dice, nel secondo dopoguerra Ueshiba viveva a Iwama, non a Tokyo, e dunque l'unico vero allievo diretto del fondatore era Saito sensei.
Che vivesse a Iwama, all'epoca, è vero, ma è altrettanto vero che, anche allora e sino alla morte, il maestro girava e viaggiava continuamente, e stazionava per lunghi periodi anche nella capitale.
Dovremmo ricordare, poi, che il tempo di frequenza, che è pure un dato da prendere in considerazione, non è un parametro del tutto affidabile, se lo si considera separatamente dalla intensità dell'allenamento e il talento e l'impegno di chi pratica.
Basti pensare che il fondatore stesso, come le sue biografie ci insegnano, praticò meno di un anno con Sokaku takeda, dal quale tuttavia ottenne la abilitazione all'insegnamento del Daito Ryu e il riconoscimento della padronanza di tutte le tecniche della disciplina madre in meno di cento giorni di allenamento.
Ma poi arriva la conclusione di Chierchini.
Vado nella Iwama Ryu, cioè nella Associazione di Saito, perchè lì hanno la didattica migliore, quello è il vero aikido del Fondatore, e poi, a differenza dell'aikikai, non reprimono il dissenso.
Il giochino "chi fa l'aikido di O sensei" mi sembra davvero sciocco, perchè, ammesso e non concesso che Saito facesse l'aikido che nel dopoguerra insegnava il Fondatore (eppure, a giudicare dai filmati, le differenze mi sembrano enormi e chiaramente visibili), rimane da stabilre perchè, in un'ottica di "conformità e fedeltà" al fondatore dovremmo prendere in considerazione la fase finale della vita e dell'insegnamento di O sensei.
Sappiamo bene, in altre parole, che altri grandi Maestri e le associazioni che ne sono derivate hanno rivendicato e rivendicano la maggiore veridicità del loro aikido a quello "originario".
Per esempio, lo Yoshinkan, filiata da Gozo Shioda, esprime un aikido davvero antico e direi originario.
D'accordo, si risponderà, ma l'ultimo aikido insegnato è quello di Iwama.
Qui, però, non si tratta di fare i giuristi e prendere l'ultima norma entrata in vigore, perchè questa non è una questione di successione di norme, ma di stili marziali.
Un praticante Yoshinkan, allora, potrebbe dire che l'aikido di Iwama è l'aikido che O sensei praticava da vecchio, mentre quello vero, che realmente esprime la sua volontà e il suo progetto è quello precedente, elaborato quando ancora il vigore e l'entusiasmo erano nel pieno della loro espressione.
A mio giudizio queste discussioni non portano a niente.
Quando ancora O sensei era in vita già i suoi più stretti collaboratori si differenziavano ampiamente nel modo di praticare, senza che il fondatore contrastasse questa tendenza.
Quanto all'aikikai di Italia, essa è certamente espressione dello stile di Tada sensei, ma in questo non c'è niente di anomalo, posto che è esattamente quello che è accaduto in tutte le nazioni e nelle associazioni che vi risiedono.
Infine, l'aikikai Italia ha certamente tanti difetti, ma proprio non si può sostenere che sia una associazione intollerante e repressiva del dissenso.
Al contrario è una struttura decisamente plurale, all'interno della quale opera chiunque e qualunque stile lo contraddistingua, e senza che mai nessuno si sia mai sognato di imporre alcunchè, nemmeno a Chierchini.
Questo è coerente, d'altronde, con la natura della Associazione che è quella di essere la casa madre dell'aikido italiano, come la Zaidan Hoijin Aikikai, la Aikikai Foundation, è la casa madre su scala mondiale.
Ma poi, Chierchini troverà pace nel mondo Iwama?
So benissimo che lavorano seriamente, questo nessuno lo mette in discussione.
 A me, però, sembrano dei soldatini, tutti uguali, e che si tratti di ambiti nei quali non c'è alcuno spazio per la creatività, l'espressione della propria personalità aikidostica.
E' un mondo, poi, che ha conosciuto, all'indomani della morte del caposcuola, una miriade di scissioni e rotture, cosicchè definirlo tollerante e aperto mi pare una fenomenale cantonata.
Comunque, in bocca al lupo, per quanto ho la sensazione che, tra non molto tempo, sentiremo il buon Chierchini scrivere una nuova lettera al mondo dell'aikido, dal titolo "io mi chiamo fuori ... di nuovo".

giovedì 1 settembre 2011

Tempo di riprendere

Eccoci di nuovo.
Non tutti i dojo arrestano l'attività per i due mesi estivi, ma io credo che in fin dei conti si tratti di una pausa necessaria, rigenerante e preziosa.
Riprendere è dunque a maggior ragione più bello ed eccitante, o almeno è generalmente questo lo stato d'animo che mi accompagna alla ripresa settembrina.
Anche quest'anno è così.
Il Maestro Fujimoto, lo aveva comunicato ai responsabili di dojo già a Laces, ha fissato un bel calendario di stages.
Speriamo che la salute lo assista.
Ancora una volta il mio pressante invito, soprattutto a cinture nere e istruttori in particolare, è a non lasciarsi sfuggire queste occasioni per praticare sotto la guida di un genio di quella caratura.
Per quanto ci riguarda, quest'anno ci sono diverse novità.
Dal 26 settembre aprirà la nuova struttura presso la quale quest'anno saremo ospitati.
Sino ad allora, dunque, continuiamo ad allenarci presso il CUS Foggia.
I giorni saranno il martedì ed il giovedì, gli orari sono quelli soliti, ossia 18.30- 20.00.
Ricordate che le formalità sono le solite.
Presentazione di un certificato medico di sana costituzione, tesseramento al CUS, iscrizione all'aikikai d'Italia.
In cantiere c'è anche l'apertura di un corso a San Severo, ma di questo parleremo più avanti.
Quanto agli appuntamenti che pensiamo di organizzare, l'idea è quella di confermare i due stage abituali con Casale e Foglietta, ma l'intenzione di questa stagione è quella di estendere anche a qualche altro sensei, possibilmente giovane ed emergente.
Vedremo, ma molto dipende da quale partecipazione ci potremo aspettare.
A brevissimo potrò essere più preciso.
Buon rientro a tutti.