Con atemi si indicano le percussioni, ovverosia i colpi.
"Ate", difatti, può essere tradotto con "colpire", laddove "mi" singifica "corpo".
Atemi, dunque, vuol dire colpire il corpo dell'avversario.
Non si tratta, tuttavia, soltanto di percuotere l'aggressore in un qualunque punto del suo corpo, perchè gli atemi vanno portati soltanto o almeno correttamente nei punti c.d. deboli, in giapponese "Kyusho".
Quei, punti, cioè, che non possono essere rinforzati con l'allenamento (non è possibile, difatti, rinforzare le labbra, o gli occhi, le orecchie, o i testicoli, e così via), la cui percussione violenta provoca di solito stordimento e dolore intenso.
Non è esatto dire che nell'aikido non ci sono atemi, o comunque va spiegato correttamente cosa si intenda.
L'atemi, evidentemente, non va portato nella tecnica aikidoistica, e ciò per le note esigenza etiche (se l'obiettivo è impedire di ferire senza ferire, è chiaro che devo espungere le tecniche potenzialmente distruttive, "irreversibili" e pericolose come le percussioni).
Ma l'atemi non va portato nella sua intera consistenza anche perchè, tra l'altro, finirebbe per spezzare, per così dire, il flusso presente nella tecnica, del quale rappresenterebbe un momento di rottura, una "frattura della sfericità".
Gli atemi, d'altro canto, sono inglobati nell'esercizio, e lo stesso waza di aikido è frutto della concatenazione armonica e continua di movimenti di evasione e di colpi, che l'aikidoista decide di evitare di portare a termine.
Se prendiamo, ad esempio, una tecnica di yokomenuchi ikkyo omote, ebbene vediamo come dall'attacco di uke l'esecutore uscirà con un movimento, se prendiamo il caso di una evasione interna, che consiste in un colpo diretto al viso dell'avversario, e prosegue poi con la applicazione di ikkyo che è a sua volta un colpo al viso sublimato in leva, e che prosegue ancora con un avanzamento che sostituisce, per così dire, un calcio al torace o al viso di uke, e così via.
In altre occasioni, l'atemi è più visibile, nel senso che generalmente la tecnica propriamente detta viene preceduta da un movimento che riproduce la percussione, spesso al fine di trovare lo spazio nella guardia di uke e "distrarlo" (tipico il caso delle entrate in uchi kaiten, dunque sotto l'ascella del partner).
Anche in tal caso, tuttavia, bisogna evitare il più possibile di interrompere il flusso del movimento, e dunque a mio giudizio si deve cercare di portare il colpo (naturalmente comunque senza affondare, nè sfiorare l'altro) come una parte del movimento di entrata, senza isolarlo dalla entrata stessa.
Per restare all'esempio di uchi kaiten, mettiamo sankyo da presa al polso, sarebbe bene evitare di simulare un pugno al viso di uke, per iniziare solo dopo il movimento, essendo a mio giudizio preferibile, e più "aikidoistico", iniziare a muoversi verso la guardia del partner e contestualmente a tale entrata avvicinare la nostra mano al viso di uke in modo da simulare l'attacco e impegnare il partner in modo da evitare di essere colpiti.
E' chiaro che talvolta l'istruttore, o anche semplicemente il compagno anziano, possono dovere spezzare la continuità del movimento in un'ottica didattica ed esemplificativa, così come in altre occasioni può essere necessario, per ottenere da parte di uke un corretto atteggiamento nell'attacco, separare i singoli momenti della tecnica, magari enfatizzandone una parte.
Si tratta tuttavia di eccezioni, o meglio di "licenze" didattiche, e vanno utilizzate a fini precisi.
Consiglierei, dunque, di evitare atteggiamenti da samurai, ed improprie enfatizzazioni degli atemi, perchè altrimenti, ritengo, sarebbe preferibile tornare a studiare alla fonte, e dunque dedicarsi direttamente al daito o in generale alle discipline madri, lasciando da parte l'aikido che è, direi per fortuna, un'altra cosa.
L'Aikikai d'Italia
L'Aikido a Foggia
L'Aikido a Foggia
venerdì 3 giugno 2011
domenica 22 maggio 2011
Lo stage e la sua attualità
Quando ho iniziato la pratica, oramai più di venti anni fa, gli stages venivano tenuti soltanto dai Maestri giapponesi.
Il calendario non era così fitto, per quanto i Maestri, residenti (Fujimoto, Hosokawa e Kurihara) e non (Tada ovviamente in primis, ma erano invitati abbastanza spesso anche Ikeda, Asai, Masuda, Nomoto, Yokota), si dessero un gran da fare, prodigandosi ammirabilmente in lungo e in largo per il Paese e moltiplicando gli appuntamenti.
I raduni erano insomma relativamente pochi, ma anche per questo, e per la gigantesca statura tecnica e didattica degli insegnanti, erano considerati alla stregua di eventi, ai quali si accorreva, e che venivano percepiti come veri e propri "eventi".
Da qualche anno, lo vediamo tutti, non è più così.
I Maestri d'altro canto sono drasticamente diminuiti, alcuni neppure più praticano, altri hanno sempre maggiori difficoltà a spostarsi, e in generale può dirsi che quell'epoca, lo dico con grande malinconia, si è definitivamente conclusa.
Il loro posto è stato preso dagli istruttori italiani, e i raduni sono diventati tantissimi.
Ogni fine settimana gli stages in programma sono quattro, cinque, in ogni parte d'Italia.
Addirittura anche nel periodo estivo, tempo nel quale "insistono" ancora, speriamo il più a lungo possibile, due grandi appuntamenti quali Laces e La Spezia, si iniziano a vedere in calendario alcuni raduni tenuti da insegnanti "autoctoni".
Nulla di male, di per sè, se non fosse che nella lista dei sensei che si prodigano nel tenere alcuni di quei raduni, figurano nomi o del tutto sconosciuti, o peggio ancora del tutto impresentabili, al più degli onesti praticanti il cui ambito di operatività dovrebbe essere solo ed esclusivamente quello "domestico".
Comunque, il problema non è nemmeno, in se stesso, quello della adeguatezza di chi si propone, perchè, in teoria, ciascuno deve potere fare quello che vuole, e appunto proporsi alla collettività degli aikidoisti, raccogliendo consensi o bocciature.
Tuttavia, non posso non notare, dalla consultazione delle fotografie o dei video puntualmente pubblicati e relativi agli stage organizzati, e dalla mia stessa esperienza in qualità di paretecipante e organizzatore, che è sempre più difficile riuscire a garantire una decente affluenza.
Credo che questo dipenda proprio dalla inflazione degli appuntamenti degli ultimi anni, e che, per una ovvia legge economica, si sia determinata una percezione di minor valore dell'evento stage in sè.
Il risultato, mi sembra, è una generale svalutazione di tutti gli stages, e della importanza che questo genere di esperienze dovrebbe avere per il praticante.
E' un peccato, perchè la funzione dei raduni è quella di mettere i dojo in comunicazione, e di consentire a insegnanti di particolare valore di diventare dei punti di riferimento ed esprimere una didattica "superiore".
Ne ho avuto una evidente prova nel raduno che abbiamo organizzato a Foggia due settimane fa, nel quale è intervenuto uno dei pochi sesti dan dell'Aikikai, consigliere didattico della Associazione, studioso di spada e aikidosista di sicuro valore (mentre scrivo sta tenendo un seminario a S. Pietroburgo, tanto per intenderci), eppure il numero dei praticanti che sono accorsi, pure dignitosamente superiore alla cifra simbolica di venti, mi è parsa troppo modesta.
Ma non è solo la quantità, che è in parte mancata, quanto piuttosto il fatto che mancavano del tutto i principianti (tranne i miei, evidentemente "coscritti"), il che mi lascia perplesso, perchè se nuovi praticanti, che dovrebbero essere assetati di questo genere di contatti, si disinteressano del tutto ai raduni, e neppure vengono a curiosare da spettatori (d'accordo, era la festa della mamma e a Bari c'era la processione di San Nicola, ma insomma..), allora mi chiedo quale futuro può avere la nostra disciplina in questo Paese, o almeno in questa zona.
Dobbiamo, noi insegnanti, rifletterci, e capire se non ci sia qualcosa da rivedere nella gestione dei propri corsi, e in generale nell'organizzazione di questi eventi.
Credo fermamente che sia meglio che i raduni siano pochi ma qualificati, ma allo stesso tempo occorre cercare di fare comprendere ai nostri studenti l'importanza della partecipazione e dello scambio di esperienze che gli stages consentono, e non assecondare mai la pigrizia dell'allievo, magari perchè siamo impauriti dalla possibilità che, guradandosi intorno, quell'allievo possa trovarci meno meravigliosi di quanto, nel chiuso della nostra palestra, siamo riusciti a fargli pensare.
Il calendario non era così fitto, per quanto i Maestri, residenti (Fujimoto, Hosokawa e Kurihara) e non (Tada ovviamente in primis, ma erano invitati abbastanza spesso anche Ikeda, Asai, Masuda, Nomoto, Yokota), si dessero un gran da fare, prodigandosi ammirabilmente in lungo e in largo per il Paese e moltiplicando gli appuntamenti.
I raduni erano insomma relativamente pochi, ma anche per questo, e per la gigantesca statura tecnica e didattica degli insegnanti, erano considerati alla stregua di eventi, ai quali si accorreva, e che venivano percepiti come veri e propri "eventi".
Da qualche anno, lo vediamo tutti, non è più così.
I Maestri d'altro canto sono drasticamente diminuiti, alcuni neppure più praticano, altri hanno sempre maggiori difficoltà a spostarsi, e in generale può dirsi che quell'epoca, lo dico con grande malinconia, si è definitivamente conclusa.
Il loro posto è stato preso dagli istruttori italiani, e i raduni sono diventati tantissimi.
Ogni fine settimana gli stages in programma sono quattro, cinque, in ogni parte d'Italia.
Addirittura anche nel periodo estivo, tempo nel quale "insistono" ancora, speriamo il più a lungo possibile, due grandi appuntamenti quali Laces e La Spezia, si iniziano a vedere in calendario alcuni raduni tenuti da insegnanti "autoctoni".
Nulla di male, di per sè, se non fosse che nella lista dei sensei che si prodigano nel tenere alcuni di quei raduni, figurano nomi o del tutto sconosciuti, o peggio ancora del tutto impresentabili, al più degli onesti praticanti il cui ambito di operatività dovrebbe essere solo ed esclusivamente quello "domestico".
Comunque, il problema non è nemmeno, in se stesso, quello della adeguatezza di chi si propone, perchè, in teoria, ciascuno deve potere fare quello che vuole, e appunto proporsi alla collettività degli aikidoisti, raccogliendo consensi o bocciature.
Tuttavia, non posso non notare, dalla consultazione delle fotografie o dei video puntualmente pubblicati e relativi agli stage organizzati, e dalla mia stessa esperienza in qualità di paretecipante e organizzatore, che è sempre più difficile riuscire a garantire una decente affluenza.
Credo che questo dipenda proprio dalla inflazione degli appuntamenti degli ultimi anni, e che, per una ovvia legge economica, si sia determinata una percezione di minor valore dell'evento stage in sè.
Il risultato, mi sembra, è una generale svalutazione di tutti gli stages, e della importanza che questo genere di esperienze dovrebbe avere per il praticante.
E' un peccato, perchè la funzione dei raduni è quella di mettere i dojo in comunicazione, e di consentire a insegnanti di particolare valore di diventare dei punti di riferimento ed esprimere una didattica "superiore".
Ne ho avuto una evidente prova nel raduno che abbiamo organizzato a Foggia due settimane fa, nel quale è intervenuto uno dei pochi sesti dan dell'Aikikai, consigliere didattico della Associazione, studioso di spada e aikidosista di sicuro valore (mentre scrivo sta tenendo un seminario a S. Pietroburgo, tanto per intenderci), eppure il numero dei praticanti che sono accorsi, pure dignitosamente superiore alla cifra simbolica di venti, mi è parsa troppo modesta.
Ma non è solo la quantità, che è in parte mancata, quanto piuttosto il fatto che mancavano del tutto i principianti (tranne i miei, evidentemente "coscritti"), il che mi lascia perplesso, perchè se nuovi praticanti, che dovrebbero essere assetati di questo genere di contatti, si disinteressano del tutto ai raduni, e neppure vengono a curiosare da spettatori (d'accordo, era la festa della mamma e a Bari c'era la processione di San Nicola, ma insomma..), allora mi chiedo quale futuro può avere la nostra disciplina in questo Paese, o almeno in questa zona.
Dobbiamo, noi insegnanti, rifletterci, e capire se non ci sia qualcosa da rivedere nella gestione dei propri corsi, e in generale nell'organizzazione di questi eventi.
Credo fermamente che sia meglio che i raduni siano pochi ma qualificati, ma allo stesso tempo occorre cercare di fare comprendere ai nostri studenti l'importanza della partecipazione e dello scambio di esperienze che gli stages consentono, e non assecondare mai la pigrizia dell'allievo, magari perchè siamo impauriti dalla possibilità che, guradandosi intorno, quell'allievo possa trovarci meno meravigliosi di quanto, nel chiuso della nostra palestra, siamo riusciti a fargli pensare.
sabato 16 aprile 2011
Stage dell'8 maggio
Ricordo a tutti che domenica 8 maggio, sotto la direzione di Roberto Foglietta, VI dan dell'aikikai d'Italia, responsabile del dojo Renbukai di Pesaro e Rimini, e consigliere dell'Aikikai d'Italia, si svolgerà un seminario didattico.
E' un insegnante che ha quasi trentacinque anni di pratica alle spalle (mi risulta che abbia iniziato a praticare nel 1977), eppure in lui si coglie una grande voglia di crescere ancora, imparare nuovi modi di fare, non accontentarsi.
Si tratta di uno stretto collaboratore del Maestro Fujimoto, del quale tiene a dire di avergli fatto da uke per decenni.
Lo dice, da un lato, perchè chiunque abbia avuto l'esperienza di trovarsi a svolgere questo compito, anche sporadicamente come il sottoscritto, sa quanto sia difficile riuscire a "soddisfare" appieno le aspettative del Maestro, che sollecita continuamente uke con cambi di direzione, spinte e controspinte, spostamenti inaspettati, e dunque è comprensibile che i suoi uke ne siano fieri.
Dall'altro lato tiene a precisarlo perchè, come dice spesso il Maestro, nella didattica aikidoistica uke è addirittura più importante di tori, nel senso che egli deve possedere una superiore conoscenza della tecnica e dei principi di base della disciplina (non è un caso, d'altro canto, che nella didattica del kenjitsu e del kobudo in genere ad attaccare è il maestro, e dunque il più esperto).
Pertanto un buon uke è, per continuare con il pensiero del Maestro, anche e certamente un buon tori, e chi ha la fortuna e l'abilità di seguire come uke un grande Maestro ha la possibilità di comprendere al meglio e più profondamente il suo messaggio.
Dunque, per chi voglia approfondire lo studio dell'aikido così come trasmesso e insegnato dal maestro Fujimoto, e più in generale chiunque voglia fare un esperienza di pratica in qualche misura "superiore", credo che debba accorrere ad eventi come questo.
Foglietta certamente ha tanto da insegnare.
Dopodichè, ognuno è giusto che segua la propria strada.
Abbiamo corporature, attitudini, e direi anche sensibilità estetiche differenti, ed è inevitabile, e a mio giudizio bellissimo, che ciascuno esprima un proprio aikido.
Perchè però questo possa accadere in modo virtuoso, tuttavia, è indispensabile, secondo me, cercare di praticare oltre il proprio dojo e la propria stretta realtà domestica.
E' chiaro che è condizione necessaria ma non sufficiente, per diventare accettabilmente bravi, seguire i raduni, perchè è evidente che è altrettanto importante lavorare bene nel quotidiano della propria palestra.
Tuttavia, penso che occorra fare entrambe le cose, e questo lo dico soprattutto a che insegna, o aspira a farlo, e dunque ha o avrà una responsabilità maggiore e più profonda che deriva dall'essere in grado di trasmettere il più ampio e serio sapere possibile.
Comunque, l'8 maggio siamo al Giannone, in via Sbano, dalle 10 in poi.
Alimentatevi bene, l'insegnante è di quelli con i quali non ti puoi risparmiare, e venite a praticare con la certezza che sarà, a qualunque "stile" si appartenga, una esperienza aikidosisticamente intensa e importante.
Vi aspetto.
E' un insegnante che ha quasi trentacinque anni di pratica alle spalle (mi risulta che abbia iniziato a praticare nel 1977), eppure in lui si coglie una grande voglia di crescere ancora, imparare nuovi modi di fare, non accontentarsi.
Si tratta di uno stretto collaboratore del Maestro Fujimoto, del quale tiene a dire di avergli fatto da uke per decenni.
Lo dice, da un lato, perchè chiunque abbia avuto l'esperienza di trovarsi a svolgere questo compito, anche sporadicamente come il sottoscritto, sa quanto sia difficile riuscire a "soddisfare" appieno le aspettative del Maestro, che sollecita continuamente uke con cambi di direzione, spinte e controspinte, spostamenti inaspettati, e dunque è comprensibile che i suoi uke ne siano fieri.
Dall'altro lato tiene a precisarlo perchè, come dice spesso il Maestro, nella didattica aikidoistica uke è addirittura più importante di tori, nel senso che egli deve possedere una superiore conoscenza della tecnica e dei principi di base della disciplina (non è un caso, d'altro canto, che nella didattica del kenjitsu e del kobudo in genere ad attaccare è il maestro, e dunque il più esperto).
Pertanto un buon uke è, per continuare con il pensiero del Maestro, anche e certamente un buon tori, e chi ha la fortuna e l'abilità di seguire come uke un grande Maestro ha la possibilità di comprendere al meglio e più profondamente il suo messaggio.
Dunque, per chi voglia approfondire lo studio dell'aikido così come trasmesso e insegnato dal maestro Fujimoto, e più in generale chiunque voglia fare un esperienza di pratica in qualche misura "superiore", credo che debba accorrere ad eventi come questo.
Foglietta certamente ha tanto da insegnare.
Dopodichè, ognuno è giusto che segua la propria strada.
Abbiamo corporature, attitudini, e direi anche sensibilità estetiche differenti, ed è inevitabile, e a mio giudizio bellissimo, che ciascuno esprima un proprio aikido.
Perchè però questo possa accadere in modo virtuoso, tuttavia, è indispensabile, secondo me, cercare di praticare oltre il proprio dojo e la propria stretta realtà domestica.
E' chiaro che è condizione necessaria ma non sufficiente, per diventare accettabilmente bravi, seguire i raduni, perchè è evidente che è altrettanto importante lavorare bene nel quotidiano della propria palestra.
Tuttavia, penso che occorra fare entrambe le cose, e questo lo dico soprattutto a che insegna, o aspira a farlo, e dunque ha o avrà una responsabilità maggiore e più profonda che deriva dall'essere in grado di trasmettere il più ampio e serio sapere possibile.
Comunque, l'8 maggio siamo al Giannone, in via Sbano, dalle 10 in poi.
Alimentatevi bene, l'insegnante è di quelli con i quali non ti puoi risparmiare, e venite a praticare con la certezza che sarà, a qualunque "stile" si appartenga, una esperienza aikidosisticamente intensa e importante.
Vi aspetto.
domenica 3 aprile 2011
Un argomento impegnativo: Il Ki
"Non c'è Aikido senza Ki"....
E' una frase attribuita al Fondatore, e dunque, per così dire, è condivisibile a priori.
D'altro canto, il kanji di "Ki" compone la parola che designa il nome della disciplina, e dunque...
Su cosa sia, però, l'energia alla quale rimanda il termine "Ki", difficilmente potrebbe conservarsi questa unanimità di partenza.
Dirò la mia, e nulla più.
A mio giudizio, il ki non è altro che la capacità di valorizzare al meglio, e interamente, le proprie potenzialità, evitando di rimanere ingabbiati nei "fattori di disturbo", interni ed esterni, che sono in agguato in ogni momento del nostro agire.
In questo senso, allora, quella di coltivare il ki è un'esigenza per chiunque, in ogni campo si cimenti, e qualunque cosa faccia (l'atleta di fronte alla gara, il pianista all'inizio di un concerto, l'avvocato prima di un'arringa, e così via).
In ambito marziale, in particolare, la ricerca del Ki è il tentativo di applicare, appunto al meglio, ciò che si è studiato e per il quale ci si è preparati.
E' esperienza assai frequente per il praticante quella di trovarsi aggredito o minacciato da qualcuno e di essere paralizzati dalla paura, senza essere in grado di mettere in pratica, o riuscendo a farlo in modo insoddisfacente, le tecniche alle quali ci si è dedicati per tanto tempo sul tatami.
Questo accade, evidentemente, proprio perchè le tecniche di combattimento richiedono, per potere essere messe in pratica, una grande determinazione e presuppongono coraggio e audacia.
Non è affatto semplice, dal punto di vista mentale, rimanere calmi e imperturbabili (almeno nel senso di essere accettabilmente lucidi) mentre qualcuno ci fronteggia, magari armato di coltello.
Normalmente, difatti, in una situazione del genere, prima ancora che l'aggressione abbia inizio, l'aggredito già si immagina ferito e colpito dall'arma, e dunque non è in grado, spesso, di mantenere la calma necessaria a compiere una evasione dall'attacco, magari scivolando a lato dell'avversario attraverso uno spostamento di pochi centimetri, creando la condizione di vantaggio e mettendo in atto una tecnica efficace a disarmare l'aggressore.
Era d'altro canto lo stesso problema che affliggeva il samurai, ed è per questo che gli appartenenti a quella casta guerriera si dedicarono in modo intenso alla ricerca religiosa attraverso la pratica zen, come strumento di "preparazione alla eventualità della morte".
Solo accettando serenamente questa eventualità, difatti, è davvero possibile applicare in tutta la propria efficacia le tecniche marziali.
Non è detto che questo accada.
La ricerca aikidoistica, come quella religiosa d'altro canto, non è affatto scontato che riesca ad approdare a traguardi così alti e difficili.
Ciò non toglie nulla, a mio giudizio, alla bellezza della disciplina, e alle soddisfazioni che da essa possono comunque trarsi. E' evidente.
Questo non è, però, a mio giudizio, un buon motivo per rinunciare a priori a questa ambizione.
Una cosa è certa.
Non c'è bisogno di atteggiarsi a santoni e illuminati.
Ricordo bene una intervista di circa vent'anni fa rilasciata alla rivista dal maestro Fujimoto, nella quale, ad un certo punto, all'intervistatore che gli chiedeva di "parlare di Ki" il Maestro, dopo essersi schermito e tentato di cambiare discorso, rispose serafico e ironico "Vivo, dunque c'è ki", per poi esclamare, ridacchiando, "Forse quando io settant'anni parla di ki".
Ebbene, il suo ki, lo sta ampiamente dimostrando, è addirittura straripante.
Pratichiamo bene, dunque, seriamente, e forse, chissà, qualche chance in più di trovarlo, questo misterioso ki, l'avremo...
E' una frase attribuita al Fondatore, e dunque, per così dire, è condivisibile a priori.
D'altro canto, il kanji di "Ki" compone la parola che designa il nome della disciplina, e dunque...
Su cosa sia, però, l'energia alla quale rimanda il termine "Ki", difficilmente potrebbe conservarsi questa unanimità di partenza.
Dirò la mia, e nulla più.
A mio giudizio, il ki non è altro che la capacità di valorizzare al meglio, e interamente, le proprie potenzialità, evitando di rimanere ingabbiati nei "fattori di disturbo", interni ed esterni, che sono in agguato in ogni momento del nostro agire.
In questo senso, allora, quella di coltivare il ki è un'esigenza per chiunque, in ogni campo si cimenti, e qualunque cosa faccia (l'atleta di fronte alla gara, il pianista all'inizio di un concerto, l'avvocato prima di un'arringa, e così via).
In ambito marziale, in particolare, la ricerca del Ki è il tentativo di applicare, appunto al meglio, ciò che si è studiato e per il quale ci si è preparati.
E' esperienza assai frequente per il praticante quella di trovarsi aggredito o minacciato da qualcuno e di essere paralizzati dalla paura, senza essere in grado di mettere in pratica, o riuscendo a farlo in modo insoddisfacente, le tecniche alle quali ci si è dedicati per tanto tempo sul tatami.
Questo accade, evidentemente, proprio perchè le tecniche di combattimento richiedono, per potere essere messe in pratica, una grande determinazione e presuppongono coraggio e audacia.
Non è affatto semplice, dal punto di vista mentale, rimanere calmi e imperturbabili (almeno nel senso di essere accettabilmente lucidi) mentre qualcuno ci fronteggia, magari armato di coltello.
Normalmente, difatti, in una situazione del genere, prima ancora che l'aggressione abbia inizio, l'aggredito già si immagina ferito e colpito dall'arma, e dunque non è in grado, spesso, di mantenere la calma necessaria a compiere una evasione dall'attacco, magari scivolando a lato dell'avversario attraverso uno spostamento di pochi centimetri, creando la condizione di vantaggio e mettendo in atto una tecnica efficace a disarmare l'aggressore.
Era d'altro canto lo stesso problema che affliggeva il samurai, ed è per questo che gli appartenenti a quella casta guerriera si dedicarono in modo intenso alla ricerca religiosa attraverso la pratica zen, come strumento di "preparazione alla eventualità della morte".
Solo accettando serenamente questa eventualità, difatti, è davvero possibile applicare in tutta la propria efficacia le tecniche marziali.
Non è detto che questo accada.
La ricerca aikidoistica, come quella religiosa d'altro canto, non è affatto scontato che riesca ad approdare a traguardi così alti e difficili.
Ciò non toglie nulla, a mio giudizio, alla bellezza della disciplina, e alle soddisfazioni che da essa possono comunque trarsi. E' evidente.
Questo non è, però, a mio giudizio, un buon motivo per rinunciare a priori a questa ambizione.
Una cosa è certa.
Non c'è bisogno di atteggiarsi a santoni e illuminati.
Ricordo bene una intervista di circa vent'anni fa rilasciata alla rivista dal maestro Fujimoto, nella quale, ad un certo punto, all'intervistatore che gli chiedeva di "parlare di Ki" il Maestro, dopo essersi schermito e tentato di cambiare discorso, rispose serafico e ironico "Vivo, dunque c'è ki", per poi esclamare, ridacchiando, "Forse quando io settant'anni parla di ki".
Ebbene, il suo ki, lo sta ampiamente dimostrando, è addirittura straripante.
Pratichiamo bene, dunque, seriamente, e forse, chissà, qualche chance in più di trovarlo, questo misterioso ki, l'avremo...
sabato 19 marzo 2011
Orari e giorni di pratica
Comunicazione importante...
Per tutto il mese di marzo, per ragioni "organizzative", la lezione del mercoledì viene anticipata al lunedì.
Dunque, sino a nuovo ordine, i gioni di lezione sono il lunedì ed il venerdì, orientativamente tra le 18.30 e le 20.00.
Chi già ci frequenta sa che gli orari non sono precisissimi, e questo prevalentemente perchè condividiamo uno spazio piuttosto affollato, e perchè la maggior parte degli studenti viene dalla provincia, e non sempre riesce a raggiungere la palestra con facilità.
Sono problemi che l'anno prossimo, nel quale dovremmo poter disporre di una sala già attrezzata, immagino saranno in gran parte superati.
Ribadisco che, ove qualche iscritto presso altri dojo volesse venirci a trovare, ne sarei onorato.
Dunque, lo dico soprattutto a praticanti di Foggia, qualcuno dei quali è stato per di più un mio studente quando insegnavo all'aikikai Foggia, affacciatevi quando volete...
Buon allenamento a tutti.
Per tutto il mese di marzo, per ragioni "organizzative", la lezione del mercoledì viene anticipata al lunedì.
Dunque, sino a nuovo ordine, i gioni di lezione sono il lunedì ed il venerdì, orientativamente tra le 18.30 e le 20.00.
Chi già ci frequenta sa che gli orari non sono precisissimi, e questo prevalentemente perchè condividiamo uno spazio piuttosto affollato, e perchè la maggior parte degli studenti viene dalla provincia, e non sempre riesce a raggiungere la palestra con facilità.
Sono problemi che l'anno prossimo, nel quale dovremmo poter disporre di una sala già attrezzata, immagino saranno in gran parte superati.
Ribadisco che, ove qualche iscritto presso altri dojo volesse venirci a trovare, ne sarei onorato.
Dunque, lo dico soprattutto a praticanti di Foggia, qualcuno dei quali è stato per di più un mio studente quando insegnavo all'aikikai Foggia, affacciatevi quando volete...
Buon allenamento a tutti.
giovedì 17 marzo 2011
Pensando al Giappone ferito ...
Non c'è molto da dire di fronte ad immagini agghiaccianti e terribili come quelle che hanno raccontato l'immane catastrofe che ha colpito il nostro caro Paese di elezione.
Sono rimasto, e tuttora sono, sgomento e impressionato dalla violenza con la quale la natura ha devastato quella terra per me in parte mitica, il posto che anelo a visitare da sempre, la cui bellezza e unicità è stato veicolo della mia curiosità e della mia scoperta dell'aikido.
E' angosciante assistere alla scena di quel popolo, speciale e a me carissimo, che ripiomba, nell'arco di pochi decenni dalle inenarrabili tragedie di Hiroshima e Nagasaki, nell'incubo dell'olocausto nucleare.
Ne sto ammirando la straordinaria compostezza e dignità, eppure ho la sensazione che questa ulteriore ferita li abbia prostrati e demoralizzati.
Spero che tutto il magnifico patrimonio culturale e filosofico del Giappone sia loro di aiuto e sostegno, e che costituisca, ancora di più che alla fine della disfatta bellica, un' ulteriore base per ripartire e rigenerarsi.
Penso, devo essere sincero, al Maestro e al suo stato d'animo, e mi chiedo come viva questa vicenda, concomitante ad un momento molto difficile per lui.
Mi auguro che, lui e il suo popolo, reagiscano da par loro, e ci impartiscano un'altra grande lezione di coraggio e civiltà.
Sono loro vicino, con tutto il mio spirito.
Sono rimasto, e tuttora sono, sgomento e impressionato dalla violenza con la quale la natura ha devastato quella terra per me in parte mitica, il posto che anelo a visitare da sempre, la cui bellezza e unicità è stato veicolo della mia curiosità e della mia scoperta dell'aikido.
E' angosciante assistere alla scena di quel popolo, speciale e a me carissimo, che ripiomba, nell'arco di pochi decenni dalle inenarrabili tragedie di Hiroshima e Nagasaki, nell'incubo dell'olocausto nucleare.
Ne sto ammirando la straordinaria compostezza e dignità, eppure ho la sensazione che questa ulteriore ferita li abbia prostrati e demoralizzati.
Spero che tutto il magnifico patrimonio culturale e filosofico del Giappone sia loro di aiuto e sostegno, e che costituisca, ancora di più che alla fine della disfatta bellica, un' ulteriore base per ripartire e rigenerarsi.
Penso, devo essere sincero, al Maestro e al suo stato d'animo, e mi chiedo come viva questa vicenda, concomitante ad un momento molto difficile per lui.
Mi auguro che, lui e il suo popolo, reagiscano da par loro, e ci impartiscano un'altra grande lezione di coraggio e civiltà.
Sono loro vicino, con tutto il mio spirito.
sabato 5 marzo 2011
"Impedire di ferire senza ferire"
E', al contempo, un precetto etico e la sintesi stessa della natura delle tecniche aikidoistiche.
L'aikido, difatti, è un complesso di esercizi all'interno dei quali tecniche marziali di terribile efficacia vengono "inglobate", per così dire, in modo da sterilizzarne la violenza e i rischi di infortuni che deriverebbero altrimenti dalla pratica.
Ove si presti la dovuta attenzione nell'osservare una qualsiasi waza di aikido ci si avvede facilmente che l'esecutore ha due o più spesso numerose occasioni per chiudere la contesa e soggiogare violentemente l'aggressore.
Tuttavia non lo fa, non sfrutta queste possibilità. Sembra quasi che l'intento sia quello di prolungare, nei limiti del ragionevolmente possibile, il contatto con l'altro.
Le ragioni di questo atteggiamento sono tante, ma sono fondamentalmente riducibili a due.
La prima è, appunto, un esigenza etica.
L'aikido, non va dimenticato, fu elaborato da O' Sensei in un contesto culturale, quello giapponese della prima metà del novecento, caratterizzato da pulsioni razziste, militariste, fortemente nazionaliste.
O' Sensei comprese, prima di quella grande catarsi collettiva causata dai bombardamenti atomici, dalla disfatta bellica e dalla resa umiliante, che le arti marziali avevano in sè un germe di violenza che era stato impiegato per diffondere e favorire il delirio di supremazia che aveva condotto il Giappone ad elaborare e tentare di attuare un progetto di soggiogamento dell'intero Estremo Oriente, e i suoi militari a rendersi responsabili di terribili e disonorevoli eccidi (la vergogna del massacro di Nanchino, le schiave prostitute in Thailandia, l'asse con i regimi nazi fascisti europei).
Il Maestro era tuttavia un uomo del budo, amava quel mondo, e riteneva possibile veicolare, attraverso esso, valori contrari alla violenza e al disprezzo per la vita.
Da qui la geniale intuizione della elaborazione delle tecniche aikidosistiche, esercizi appunto nei quali la carica distruttiva della tecnica marziale viene, in qualche modo, sterilizzata.
Nella pratica, allora, ecco che un pugno al volto diventa un semplice gesto di minaccia, uno strangolamento viene trasformato in uno sbilanciamento, un violento calcio viene sublimato in un avanzamento verso uke, e così via, e l'aspirazione è quella di arrivare al risultato di neutralizzare il tentativo di sopraffazione messo in atto dall'aggressore senza cagionare a quello danni permanenti.
L'altra grande esigenza è invece di natura schiettamente pratica.
L'esercizio, difatti, realizzato in tal modo fa sì che sia estremamente difficile procurarsi infortuni, recarsi danno e recarne sbagliando qualcosa.
E' evidente infatti che, se simulo un violento attacco diretto al viso del compagno di allenamento, porto quell'attacco con l'intento di controllarlo un attimo prima che esso giunga a contatto con uke, ebbene è chiaro che è assai probabile che, vuoi perchè io non riesco a fermare in tempo il colpo, vuoi perchè il compagno per errore si fa avanti con il capo, le possibilità di un contatto disatroso si fanno molto maggiori.
Dunque, dovremmo sempre esserne consapevoli, le tecniche di aikido sono, paradossalmente, al contempo "inoffensive" e "pericolosissime".
Potremmo dire, anzi, che l'unico modo per praticare tecniche così potenzialmente distruttive è praticandole nella forma dell'esercizio aikidoistico.
Attraverso esso, però, viene mantenuta inalterata tutta la carica difensiva e offensiva delle tecniche marziali di provenienza, perchè il praticante potrebbe, facilmente, "ritrasformare" l'esercizio di aikido nel waza marziale.
Questo è l'aikido, e a mio giudizio la nostra disciplina ha in sè questa geniale ambiguità morale.
L'aikido difatti non fa una scelta davvero definitiva nel senso della non violenza, anzi in un certo senso addestra alla messa in pratica di tecniche che, appunto ricalibrate sull'esigenza difensiva, mantengono inalterate tutte le attitudini di combattimento delle tecniche marziali di provenienza.
Dunque, "impedire di ferire senza ferire" descrive in ogni senso l'aikido, ne è la summa in tutti i sensi.
Va intesa, però, consapevolmente, senza banalizzazioni.
Odio sentire sciocchezze del tipo "l'aikido è una danza", perchè mi sembra la tipica frase di chi crede di avere compreso ciò che fa, ma in realtà ha etichettato senza aver capito nulla.
L'aikido, allora, la definirei come una disciplina di origine marziale, a fortissima tensione morale ed etica, nella quale l'aspirazione alla non violenza deve realizzarsi attraverso l'acquisizione, da parte dell'esperto aikidosta, di una volontà di non utilizzo di tecniche altrimenti potenzialmente devastanti e distruttive che sarebbe, altrimenti, perfettamete in grado di eseguire.
La scelta della non violenza, in altre parole, ha un valore in un certo senso maggiore, perchè è più preziosa se fatta da chi, ove volesse, quella violenza sarebbe in grado di sprigionare.
L'aikido, difatti, è un complesso di esercizi all'interno dei quali tecniche marziali di terribile efficacia vengono "inglobate", per così dire, in modo da sterilizzarne la violenza e i rischi di infortuni che deriverebbero altrimenti dalla pratica.
Ove si presti la dovuta attenzione nell'osservare una qualsiasi waza di aikido ci si avvede facilmente che l'esecutore ha due o più spesso numerose occasioni per chiudere la contesa e soggiogare violentemente l'aggressore.
Tuttavia non lo fa, non sfrutta queste possibilità. Sembra quasi che l'intento sia quello di prolungare, nei limiti del ragionevolmente possibile, il contatto con l'altro.
Le ragioni di questo atteggiamento sono tante, ma sono fondamentalmente riducibili a due.
La prima è, appunto, un esigenza etica.
L'aikido, non va dimenticato, fu elaborato da O' Sensei in un contesto culturale, quello giapponese della prima metà del novecento, caratterizzato da pulsioni razziste, militariste, fortemente nazionaliste.
O' Sensei comprese, prima di quella grande catarsi collettiva causata dai bombardamenti atomici, dalla disfatta bellica e dalla resa umiliante, che le arti marziali avevano in sè un germe di violenza che era stato impiegato per diffondere e favorire il delirio di supremazia che aveva condotto il Giappone ad elaborare e tentare di attuare un progetto di soggiogamento dell'intero Estremo Oriente, e i suoi militari a rendersi responsabili di terribili e disonorevoli eccidi (la vergogna del massacro di Nanchino, le schiave prostitute in Thailandia, l'asse con i regimi nazi fascisti europei).
Il Maestro era tuttavia un uomo del budo, amava quel mondo, e riteneva possibile veicolare, attraverso esso, valori contrari alla violenza e al disprezzo per la vita.
Da qui la geniale intuizione della elaborazione delle tecniche aikidosistiche, esercizi appunto nei quali la carica distruttiva della tecnica marziale viene, in qualche modo, sterilizzata.
Nella pratica, allora, ecco che un pugno al volto diventa un semplice gesto di minaccia, uno strangolamento viene trasformato in uno sbilanciamento, un violento calcio viene sublimato in un avanzamento verso uke, e così via, e l'aspirazione è quella di arrivare al risultato di neutralizzare il tentativo di sopraffazione messo in atto dall'aggressore senza cagionare a quello danni permanenti.
L'altra grande esigenza è invece di natura schiettamente pratica.
L'esercizio, difatti, realizzato in tal modo fa sì che sia estremamente difficile procurarsi infortuni, recarsi danno e recarne sbagliando qualcosa.
E' evidente infatti che, se simulo un violento attacco diretto al viso del compagno di allenamento, porto quell'attacco con l'intento di controllarlo un attimo prima che esso giunga a contatto con uke, ebbene è chiaro che è assai probabile che, vuoi perchè io non riesco a fermare in tempo il colpo, vuoi perchè il compagno per errore si fa avanti con il capo, le possibilità di un contatto disatroso si fanno molto maggiori.
Dunque, dovremmo sempre esserne consapevoli, le tecniche di aikido sono, paradossalmente, al contempo "inoffensive" e "pericolosissime".
Potremmo dire, anzi, che l'unico modo per praticare tecniche così potenzialmente distruttive è praticandole nella forma dell'esercizio aikidoistico.
Attraverso esso, però, viene mantenuta inalterata tutta la carica difensiva e offensiva delle tecniche marziali di provenienza, perchè il praticante potrebbe, facilmente, "ritrasformare" l'esercizio di aikido nel waza marziale.
Questo è l'aikido, e a mio giudizio la nostra disciplina ha in sè questa geniale ambiguità morale.
L'aikido difatti non fa una scelta davvero definitiva nel senso della non violenza, anzi in un certo senso addestra alla messa in pratica di tecniche che, appunto ricalibrate sull'esigenza difensiva, mantengono inalterate tutte le attitudini di combattimento delle tecniche marziali di provenienza.
Dunque, "impedire di ferire senza ferire" descrive in ogni senso l'aikido, ne è la summa in tutti i sensi.
Va intesa, però, consapevolmente, senza banalizzazioni.
Odio sentire sciocchezze del tipo "l'aikido è una danza", perchè mi sembra la tipica frase di chi crede di avere compreso ciò che fa, ma in realtà ha etichettato senza aver capito nulla.
L'aikido, allora, la definirei come una disciplina di origine marziale, a fortissima tensione morale ed etica, nella quale l'aspirazione alla non violenza deve realizzarsi attraverso l'acquisizione, da parte dell'esperto aikidosta, di una volontà di non utilizzo di tecniche altrimenti potenzialmente devastanti e distruttive che sarebbe, altrimenti, perfettamete in grado di eseguire.
La scelta della non violenza, in altre parole, ha un valore in un certo senso maggiore, perchè è più preziosa se fatta da chi, ove volesse, quella violenza sarebbe in grado di sprigionare.
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