venerdì 6 luglio 2018

Riflessioni di fine anno

Al termine di una stagione impegnativa, dai numeri non troppo gratificanti, posso comunque affermare, devo dirlo con soddisfazione e compiacimento, di avere anzitutto condotto all'agognato grado di shodan alcuni allievi, che spero costituiscano la base ed il sostegno sui quali edificare il futuro del dojo e la perpetuazione dell'insegnamento del Maestro Fujimoto nella zona.
In secondo luogo, di avere comunque garantito ai miei studenti, e all'aikido cittadino, lo svolgimento di stage di altissimo e apprezzabile livello qualitativo, tenuti da una guida di primaria importanza e valore, a testimonianza di un lavoro intrapreso tempo addietro e mai interrotto con il Maestro Daniele Montenegro.
Il primo di questi appuntamenti, svolto nel mese di ottobre, ci ha permesso di celebrare i trent'anni di pratica aikidoistica di questo importante e prezioso insegnante, uso a calpestare tatami oramai di molti continenti e tuttavia, lo rivendico con orgoglio, legato da sempre a questo territorio che per primo, o tra i primi, ha creduto nel suo lavoro e nella sua professionalità.
Il secondo di questi incontri avvenuto invece in Aprile, in un contesto ancora maggiormente degno e più gratificante, rappresentato da una palestra di più ampie dimensioni e assai più curata, nel corso del quale l'istruttore ha regalato due giorni di ottimo e sofisticato aikido, nel solco fedele della didattica del Maestro Fujimoto, con uno studio avanzatissimo di tecniche da shomenuchi con entrate interne, e l'esecuzione di waza di leva e di proiezione come sempre eccezionalmente stimolanti.
Grandissima soddisfazione nei presenti, come puntualmente accaduto in tutte le precedenti occasioni, e l'auspicio che in ognuno dei futuri appuntamenti si sia sempre di più, sempre più eterogenei nella provenienza geografica, e in un'ottica di sempre maggiore condivisione di un patrimonio di visioni, conoscenze, apporti.
A testimonianza di quanto vi dico, abbiamo realizzato un video, già pubblicato, di resoconto dell'evento, e che vi invito a visionare perchè interessantissimo e ben girato.
In autunno e in primavera i prossimi stage, ancora sotto la direzione del maestro Montenegro.
Spero in tanti accorrano, e ci sostengano con il loro entusiasmo e partecipazione.
Per quanto mi riguarda, mi dirigo a Laces, nel ricordo sempre presente delle indimenticabili esperienze vissute con il Maestro Fujimoto.
Un augurio di ottime vacanze.
A presto per una nuova stagione di ottimo aikido.

venerdì 23 febbraio 2018

Un pensiero

Per evitare di grondare retorica e sentimentalismo, che con il passare degli anni è rischio che si corre sempre più si concretizzi, non rivolgerò che un breve pensiero al Maestro in occasione dei sei anni dalla sua scomparsa.
Gratitudine e nostalgia sono i due sentimenti più frequenti non solo ogni venti febbraio, ma, credetemi, quotidianamente.
Gratitudine è quella che gli devo e sento costantemente, perché il contatto con lui mi ha dato tutto, ma davvero tutto, di quello che oggi è il mio modo di fare e vivere l'aikido.
Entusiasmo, passione, una miriade di soluzioni e spunti tecnici, una didattica perfetta da "rivendere" a chi studia con me, costituiscono il risultato di una frequentazione che ho tentato di rendere assidua, e che ad ogni contatto si arricchiva e mi arricchiva anche di umanità, direi anche in qualche misura calore e attenzione da parte di un immenso shihan verso un praticante che veniva un pò da lontano, e che mi è parso di percepire in qualche sorriso, o cenno di approvazione, come fosse contento di vedermi spuntare.
Nostalgia, altro sentimento costante, potete ben comprendere perché la sento e la sentiamo tutti coloro che hanno fatto questo stesso percorso. Ci è mancata e ci manca una guida sapiente e preziosissima, e sentiamo forte e ancora attuale il vuoto che ha lasciato.
Si può dire che viviamo di rendita.
Tanto e tale è il lascito didattico e, lo ripeto, umano del Maestro, che possiamo permetterci il lusso di farlo, e senza mai annoiarci, cercare strade tortuose, perché l'immenso bagaglio che abbiamo ereditato basta ad alimentare direi infinitamente la nostra voglia di aikido, e quella dei nostri studenti, ai quali stiamo cercando di trasmettere almeno una idea di questo incredibile e magnifico aikidoista.
E allora, ancora una volta, questo ormai tradizionale appuntamento con questo post di commemorazione è un'occasione per esprimere gratitudine.
E nostalgia.
Chi lo ha seguito capirà.
Chi non lo ha fatto, posso solo compatirlo. E augurargli di trovare, un giorno, sulla sua strada, un maestro come quello che ho avuto la fortuna e il merito di incontrare io.
Riposi in pace, Maestro.

venerdì 1 dicembre 2017

Stage Maestro Montenegro 25 e 26 novembre

Reduci da un appassionante stage celebrativo dei trent'anni di aikido del Maestro Montenegro e che abbiamo svolto a Foggia il mese scorso, eccoci di nuovo al seguito di questo straordinario insegnante nel suo secondo appuntamento di stagione alle nostre latitudini.
Organizzato dal dojo Kyokan, di Salerno, il raduno si è tenuto in "trasferta", a Cava de' Tirreni, a pochi chilometri dalla Costiera Amalfitana.
Una bella affluenza, soprattutto (come sempre accade oramai) nella giornata iniziale, caratterizzata dalla partecipazione di molti yudansha e anche di grado piuttosto elevato, e che ha permesso a Daniele Montenegro di proporre tecniche più complesse del solito.
E così abbiamo lavorato, al sabato, su attacco shomenuchi, ma nel quale a tori era chiesto di evadere internamente, con uno tsugi ashi laterale e un piccolo ten kan, imponendo ad uke di seguire il movimento senza perdere l'obiettivo e il contatto determinatosi, e da lì sono state eseguite tecniche quali ikkyo, sankyo, shihonage, e poi costruendo da shihonage kotegaeshi e koshinage.
Alla domenica, da attacco jodantsuki, è stato proposto ikkyo, kotegaeshi, sokumen iriminage, ma sempre con un approccio piuttosto elaborato e complesso, e dunque insolito e stimolante.
Caratteristica delle ore di lezione, come sempre con questo maestro, la straordinaria e seria attenzione alla corretta dinamica della tecnica, del contatto, della necessaria unione che attraverso il waza deve generarsi tra i partners.
Nessuna concessione alla improvvisazione, e un costante richiamo alla postura, alla giusta tempistica, alla distanza, all'atteggiamento del corpo nell'attaccare e nel rispondere, in un'ottica di aikido per così dire scientifico che ritengo sia la strada più corretta nella pratica.
Stage come sempre appagante, pieno di suggerimenti e spunti, che come didatta e come studente ho trovato rigenerante e proficuo.
Il mio auspicio è che questi appuntamenti si moltiplichino, dalle nostre parti e un pò più a nord.
Lo attendiamo a febbraio a Bari, nel napoletano a marzo, per poi chiudere l'anno in Aprile a Foggia.
Spero che saremo sempre di più.
Non c'è che da guadagnarne in sapere, voglia di proseguire e migliorarsi, moltiplicazione di passione e conoscenza da dispensare.
I segnali, al ritorno da questo bello stage campano, sono incoraggianti.
A presto e buon keiko.

giovedì 31 agosto 2017

Un magnifico inizio

Riprendiamo la pratica aikidoistica del dojo annunciando da subito un grande avvenimento!
Il 14 e 15 ottobre prossimo festeggeremo, insieme a Sensei Daniele Montenegro, i suoi primi trent'anni di attività.
Ha scelto di celebrare questo importante momento a Foggia ed in Puglia, e di questo sono onorato e felice.
Ha espresso, in questo modo, una grande vicinanza alla nostra realtà aikidoistica, e, mi sembra di poter dire, uno speciale affetto verso tutti coloro che, in questi anni e da queste parti, hanno creduto in lui, nel suo straordinario passato di esperienze vicino a quello che ritengo il Maestro più stupefacente ed eccezionale, e nel suo certo e luminoso futuro di istruttore di rango superiore.
L'evento è dunque particolarmente rilevante per la caratura, di per sè, di chi lo dirige, e perché si tratta di una festa, tra amici e persone che amano intensamente l'aikido ed il suo mondo, e che pertanto è pensato per costituire, per chi vorrà parteciparvi, allo stesso tempo un'occasione di crescita tecnica e personale importante e appunto speciale.
Mi auguro con tutto il cuore che all'evento (termine talvolta un pò abusato e in questo caso al contrario pertinentissimo) interveniate in molti, e sarei davvero felice se più ancora che negli stage passati questo di ottobre vedesse la partecipazione di praticanti di ogni regione, provenienza stilistica e associativa.
Mi auguro soprattutto che chiunque abbia potuto apprezzare, per avere praticato con lui o semplicemente per averne sentito parlare, l'opera divulgativa del maestro Montenegro, possa accorrere al raduno, e che tanto possa costituire l'inizio di un percorso da fare insieme a questo straordinario insegnante, così giovane eppure così maturo sotto il profilo tecnico e didattico.
Per quanto ci riguarda, cercheremo di organizzare il tutto per bene.
Sono certo che sarà un bellissimo momento di pratica, intensa e serena come sempre dovrebbe essere l'esperienza aikidoistica.
Vi aspetto, non siate pigri, perché, e sono certo di quello che dico, non potrete rimanere delusi.
Intanto, un sincero augurio di un anno divertente, proficuo, fortunato.
Buon keiko!
Luca

domenica 2 aprile 2017

Ki ed Aiki

Un bravo e promettente studente, improvvisamente, mi ha chiesto un pò a bruciapelo, qualche sera fa, cosa fosse per me il Ki. Un mio antico compagno di allenamento, forse la stessa sera, ha spiegato ai ragazzi che O sensei, nel creare la disciplina come la conosciamo, aveva "appreso il ki" da Takeda.
Più in generale, concetti come armonia, ki, o armonizzare il ki, sono evidentemente assai ricorrenti nel nostro ambito, e costituiscono il fulcro stesso, inevitabilmente, della nostra pratica.
Su questi aspetti ho già scritto in passato, cosicchè mi si perdoni una certa ripetitività, ma sento di doverci tornare a beneficio di chi frequenta il mio corso, al quale queste brevi riflessioni sono dirette, considerato che, in palestra, è meglio praticare che elucubrare, e spesso può non esserci molto tempo per questo tipo di "approfondimenti".
E allora, cerco di spiegare, per quanto ho capito, naturalmente, cosa sono "ki" ed "aiki".
Per cominciare, come è noto, ki viene tradotto solitamente con "energia".
E' evidente che l'energia cui si fa riferimento non è quella che appartiene al sapere tecnico scientifico, ed alla fisica, ma ha una connotazione spiccatamente "letteraria", ed è davvero di difficile definizione.
Potrebbe corrispondere al concetto di "soffio vitale", di "ciò che muove le cose", o "natura", o altre nozioni egualmente generiche e indeterminate, ma la verità è che può volere dire un pò tutto e il contrario di tutto, e che è un termine impiegabile assai promiscuamente e tutte le volte in cui si vuole indicare, appunto, in qualche modo vitalità.
In ambito marziale il ki allude generalmente alla forza, intesa però non come forza muscolare, ma piuttosto come stato mentale in grado di generare, in chi lo possegga o lo domini, una straordinaria efficacia nel combattimento e nella messa in atto delle tecniche.
Per quanto mi riguarda, credo che il ki sia fondamentalmente uno stato mentale di serena, lucida e cosciente determinazione, che ove posseduta permette di ottenere il meglio dalle capacità che si hanno.
Per esempio, tutti camminiamo tranquillamente e quotidianamente su un marciapiede non più largo di un metro, o anche in corridoi molto più stretti. Se tuttavia ci trovassimo su un marciapiede o un corridoio posto su uno strapiombo alto, non so, cinquecento metri, e anche ove non ci fosse vento o altro ostacolo, probabilmente non riusciremmo a fare un solo passo, perchè saremmo paralizzati dalla paura.
Ecco, a mio giudizio questo esempio ci permette di comprendere esattamente cos'è il ki.
Se il nostro ki è forte, allora saremo in grado di camminare su quello strapiombo perchè sappiamo farlo, ne conosciamo la tecnica, non c'è alcun impedimento fisico o appunto tecnico che di per sè ce lo impedisca. In caso contrario, sebbene perfettamente in grado di fare quei gesti, non saremo mai in grado di fare un passo, perchè la paura ci tormenterà, oscurerà la nostra vista, e ci impedirà di mettere a frutto quel nostro sapere.
Storicamente nelle arti marziali il concetto è stato pertanto e da sempre ritenuto molto importante, perchè l'esperienza del combattimento, dello scontro, della aggressione, costituiscono un terreno di elezione, per così dire, di questo tipo di delusioni, della paura che ci impedisce di reagire sebbene tecnicamente in grado di farlo.
Per giungere a questo risultato è generalmente necessario molto tempo, molta dedizione, molto molto allenamento.
E' indispensabile, evidentemente, padroneggiare perfettamente la tecnica, perchè questo ci permette di sentirci sicuri e non farci paralizzare.
Se non so come camminare, per quanto coraggioso e audace io possa volere essere, non potrò percorrere neppure un metro.
Allo stesso tempo, occorrerebbe allenare "lo spirito", e prepararci anche mentalmente al momento in cui quel sapere debba essere messo in atto, tentando di sviluppare una "filosofia" di vita che ci permetta di avere quello stato mentale nell'attimo in cui ci servirà.
E' spesso l'aspetto più problematico.
L'aiki è generalmente tradotto con armonizzare il ki, ed è anch'esso un concetto a mio giudizio a più significati.
Nella visione del daito ryu, aiki voleva indicare semplicemente una strategia di combattimento, una "tecnica" di soppressione dell'avversario, basata sulla non opposizione della propria forza a quella del nemico, e sulla necessità di convogliare l'energia prodotta dall'attacco in modo da dominarla e ritorcerla disastrosamente su quello.
Nella visione di O sensei, aiki assunse un significato assai più ampio, in parte ancora inteso come tecnica e strategia di respingimento dell'attacco avversario, ma in massima parte divenne ed è ancora concetto connotato da una fortissima tensione etica, e da un deciso messaggio di non cedere alla violenza, perchè questa "rompe" l'armonia naturale, e ricondurre ad unità ed equilibrio ciò che invece l'aggressione ha compromesso.
Un praticante di daito mette in atto l'aiki ma non attribuisce ad esso alcuna valenza etica. L'aiki gli serve per distruggere un nemico, e recargli il maggior danno possibile con il minor rischio.
L'aikidoista applica l'aiki, invece, tentando di non nuocere (o farlo meno possibile) alla incolumità di chi aggredisce, e la tecnica mira a convogliare l'aggressione fino ad esaurirne la violenza distruttiva senza che da tanto derivino danni irreparabili.
L'aikido è dunque un percorso che aspira ad armonizzare il ki non solo in termini di strategia di combattimento, ma, questa l'idea che muove la disciplina, a rendere il praticante una persona equilibrata, mite, serena, che si correla agli altri e a tutto ciò che lo circonda, appunto, in armonia.
Concetti altissimi, di difficile applicazione.
Tentare, tuttavia, non soltanto non nuoce, ma è straordinariamente "divertente".
Perchè vuol dire allenarsi, praticare.
Buon keiko a tutti.

venerdì 24 febbraio 2017

Triste anniversario

A cinque anni dalla sua scomparsa, mi preme ricordare a chi non l'avesse conosciuto e visto all'opera, e in primis ai miei allievi, che si trattava di un Maestro, nel vero e genuino senso del termine.
Anzitutto, dunque, era un'inesauribile fonte di conoscenza e sapere, e partecipare ad una sua lezione costituiva un'esperienza sempre intensa, direi straordinaria, sebbene non fosse troppo incline alla spettacolarizzazione e ripetesse nella stragrande maggioranza dei casi le stesse tecniche, tutte rigorosamente di base.
Teorizzava e attuava nei suoi insegnamenti l'idea che l'aikido si componesse di alcune costruzioni fondamentali, e che la pratica quotidiana dovesse costituire approfondimento e studio di quelle costruzioni fondamentali, nelle quali i principi aikidoistici trovavano vita e applicazione, e che occorresse evitare di trasformarla in una sorta di rincorsa all'effetto scenico, allo stupore dell'osservatore.
Ikkyo, nikkyo, sankyo, yonkyo, preferibilmente in suwariwaza, con le quali pressochè inevitabilmente iniziavano le sessioni d'esame, o altre tecniche che occorreva bene padroneggiare, e nelle quali vi era tutto il necessario.
"Fate cose semplici", "l'aikido è semplice", gli ho spesso sentito ripetere.
Le lezioni dunque erano prevalentemente questo, una splendida immersione nelle basi della disciplina, tuttavia orientate all'approfondimento di singoli aspetti, al quale erano strumentali variazioni, cambi di prospettiva ed esecuzione sempre nuovi ed eccezionalmente stimolanti.
Questo era, direi, il suo insegnamento.
Pochi kokyunage, pochi capitomboli. Quando voleva ridimensionare l'effetto "circense", ghignava e faceva trasferire tutti fuori al tatami.
Cadete adesso, diceva.
Uke e tori non sono ballerini, non devono danzare, nè sono lì per realizzare una coreografia con finalità estetiche e artistiche. Piegate le ginocchia, tenete il contatto, siate attivi e "vivi".
Questo era importante per Fujimoto che venisse compreso.
Un Maestro, poi, non è soltanto uno straordinario esecutore, ma è anche e soprattutto un grande veicolo di trasmissione del sapere.
In questo, a mio giudizio, era letteralmente fenomenale.
L'ho detto altre volte. L'aikido, che è una disciplina niente affatto semplice (e Fujimoto sensei ne era assolutamente convinto), io l'ho capito soltanto per il suo tramite, perchè prima di incontrarlo navigavo nella più assoluta inconsapevolezza.
Cosa fosse l'aikido e quale fosse il senso di quelle tecniche che eseguivo, mi è stato chiaro soltanto ascoltando quelle spiegazioni, frequentando quelle lezioni, immergendomi in quello studio.
Gliene sarò sempre e infinitamente grato.
Un Maestro, infine, è un motivatore; un, diciamo così, creatore di entusiasmo.
Quanto riuscisse in questo, potete saperlo dagli occhi di chi ha fatto parte, chi più chi meno, della meravigliosa avventura didattica ed umana di questo gigante dell'aikido, italiano e mondiale, e dal dolore e dalla costernazione che la sua scomparsa ha lasciato.
La cosa più bella e importante, però, è che quell'entusiasmo per la disciplina gli siano sopravvissute.
Avrei voluto che l'aveste conosciuto.
Un pensiero triste, perchè non c'è più, accompagnato ad una immensa gratitudine.
Questo è per me il ricordo del Maestro.

domenica 13 novembre 2016

Il cappellino di Fujimoto sensei

Chiacchieravo con un amico che a sua volta dirige un corso di aikido nei pressi di Foggia, qualche tempo fa, e questa persona mi ha detto qualcosa a proposito del fatto che a lui non piacciono certi gesti tecnici "tipici" del nostro modo di praticare, e ha fatto l'esempio dell'ormai celebre "cappellino", un vero e proprio marchio di fabbrica della "ditta" Fujimoto.
Ha detto che a lui "queste cose" non vanno giù, o qualcosa del genere, lasciando intendere che preferisce tenersi autonomo rispetto a questo stile, che in qualche modo deve sembrargli forse troppo, diciamo così, personale o personalistico, per non dire bizzarro.
Non ho ritenuto di replicare, perchè era un incontro piuttosto veloce, se non dicendogli, appunto rapidamente, che l'espediente del cappellino ha delle precise ragioni tecnico marziali, e non risponde affatto, come potrebbe pensarsi, ad una specie di esigenza estetica, o di istrionismo.
Mi ha lasciato tuttavia, quell'incontro, la voglia di chiarire, perchè è evidente che chi non conosce la didattica del Maestro forse non può arrivare a comprendere davvero cosa il Maestro insegnava, e vale la pena di tentare di spiegare.
Anzitutto, per chi non la conoscesse, la "gag" del cappellino consiste nel modo, davvero brillante ed efficacissimo, di spiegare una forma di kokyunage, conosciuta anche come sokumen iriminage.
Il Maestro, in alcuni video, "munitosi" di un berretto chissà dove rimediato (non era certo il suo, lo avrà chiesto in prestito a qualche spettatore) illustra il movimento delle braccia da eseguire in questa tecnica, portando la mano afferrata da uke alla sua spalla, salendo poi verticalmente sulla testa, per poi "passarla" sul capo come se volesse togliere il berretto, e concludendo (berretto in mano) la tecnica scaricando il peso nella direzione di uke per lanciarlo a terra.
Occorre fare una premessa.
Il Maestro non si presentava a lezione con un cappellino, e personalmente avrò visto spiegata quella tecnica decine di volte (era praticamente la tecnica con la quale iniziava qualsiasi stage, sia pure con molte entrate diverse) senza avere mai assistito alla scenetta del berretto, il che è per dire che non c'era proprio alcun istrionismo fine a se stesso.
Detto questo, perchè, bisogna chiedersi, Fujimoto eseguiva la tecnica in quel modo?
La ragione è, piuttosto lapalissianamente, quella di avvicinare uke a tori, e realizzare il waza nella misura più elegante, efficace e naturale possibile.
Se uke afferra solidamente, risulta molto faticoso entrare direttamente con il kokyunage sotto il suo mento, perchè il suo braccio sarà in estensione, la sua postura dritta, la sua attenzione focalizzata a bloccare.
Il rischio, allora, è di lavorare eccessivamente con la muscolatura del braccio, o dovere anticipare tantissimo il movimento pena la assoluta inverosimiglianza della effettiva riuscita della tecnica.
Richiamando la nostra mano afferrata alla spalla, con il palmo completamente rivolto verso la nostra scapola, l'effetto sarà invece quello di costringere uke ad avvicinarsi a noi, e a rimanere più basso rispetto a noi, con l'effetto di realizzare una condizione di vantaggio.
Una volta creata quella condizione, dovendo entrare verso la testa di uke, il modo più razionale di rendere meno resistente possibile la sua presa sarà appunto quello di salire dalla spalla verticalmente verso il nostro capo, il tutto con un duplice effetto: non aprire immediatamente la nostra ascella, e dunque rimanere dominanti (perchè uke non ha alcuna possibilità di impedirci di compiere quel movimento) e al contempo intercettare il suo mento in modo da rovesciarlo, in tal modo compromettendo il baricentro del partner e proiettarlo facilmente.
Il Maestro insisteva molto sulla necessità di richiamare uke, in tutte le tecniche.
Un aggressore vicino, per quanto possa sembrare strano, è meno pericoloso di uno che si trova a distanza perfetta per sferrare un colpo con le gambe o con le braccia.
Inoltre, è posto ad una distanza tale da poterlo colpire, ed è dunque un aggressore "preoccupato" da questa evenienza, che deve difendersi, e dunque è meno aggressivo.
Infine, la nostra postura, essendo raccolta, è quella maggiormente razionale per sprigionare la massima potenza possibile, con tutto il corpo.
Inoltre, tornando alla pratica aikidoistica, è unione.
Molte scuole di aikido filosofeggiano parlando di unione tra tori e uke, unicità e annullamento della dualità, ma poi fanno, nell'esecuzione, un aikido prettamente unilaterale, nel quale i due partner non sono affatto unici nella direzione dei loro corpi e hanno ruoli e atteggiamenti diametralmente opposti.
Il Maestro sollecitava ad unire le direzioni, rimanere vicini, in una parola realizzare, nei fatti e non con le parole, quella condizione di unione che altri si limitano ad enunciare.
Il cappellino, allora, era l'essenza stessa dell'aikido fujimotiano.
Era una brillante soluzione didattica, di quelle che rimangono straordinariamente vive nello sguardo e nel ricordo di chi assiste, e tuttavia era strettamente funzionale alla spiegazione di una tecnica e ancora di più di un principio che realizzava davvero e pienamente i "valori" della corretta esperienza aikidoistica.
Un giorno cercherò di spiegarlo a quell'amico.
Intanto spero di avere almeno un minimo chiarito la faccenda.
Non dovessi essere stato efficace .... a me un berretto, please!