giovedì 31 agosto 2017

Un magnifico inizio

Riprendiamo la pratica aikidoistica del dojo annunciando da subito un grande avvenimento!
Il 14 e 15 ottobre prossimo festeggeremo, insieme a Sensei Daniele Montenegro, i suoi primi trent'anni di attività.
Ha scelto di celebrare questo importante momento a Foggia ed in Puglia, e di questo sono onorato e felice.
Ha espresso, in questo modo, una grande vicinanza alla nostra realtà aikidoistica, e, mi sembra di poter dire, uno speciale affetto verso tutti coloro che, in questi anni e da queste parti, hanno creduto in lui, nel suo straordinario passato di esperienze vicino a quello che ritengo il Maestro più stupefacente ed eccezionale, e nel suo certo e luminoso futuro di istruttore di rango superiore.
L'evento è dunque particolarmente rilevante per la caratura, di per sè, di chi lo dirige, e perché si tratta di una festa, tra amici e persone che amano intensamente l'aikido ed il suo mondo, e che pertanto è pensato per costituire, per chi vorrà parteciparvi, allo stesso tempo un'occasione di crescita tecnica e personale importante e appunto speciale.
Mi auguro con tutto il cuore che all'evento (termine talvolta un pò abusato e in questo caso al contrario pertinentissimo) interveniate in molti, e sarei davvero felice se più ancora che negli stage passati questo di ottobre vedesse la partecipazione di praticanti di ogni regione, provenienza stilistica e associativa.
Mi auguro soprattutto che chiunque abbia potuto apprezzare, per avere praticato con lui o semplicemente per averne sentito parlare, l'opera divulgativa del maestro Montenegro, possa accorrere al raduno, e che tanto possa costituire l'inizio di un percorso da fare insieme a questo straordinario insegnante, così giovane eppure così maturo sotto il profilo tecnico e didattico.
Per quanto ci riguarda, cercheremo di organizzare il tutto per bene.
Sono certo che sarà un bellissimo momento di pratica, intensa e serena come sempre dovrebbe essere l'esperienza aikidoistica.
Vi aspetto, non siate pigri, perché, e sono certo di quello che dico, non potrete rimanere delusi.
Intanto, un sincero augurio di un anno divertente, proficuo, fortunato.
Buon keiko!
Luca

domenica 2 aprile 2017

Ki ed Aiki

Un bravo e promettente studente, improvvisamente, mi ha chiesto un pò a bruciapelo, qualche sera fa, cosa fosse per me il Ki. Un mio antico compagno di allenamento, forse la stessa sera, ha spiegato ai ragazzi che O sensei, nel creare la disciplina come la conosciamo, aveva "appreso il ki" da Takeda.
Più in generale, concetti come armonia, ki, o armonizzare il ki, sono evidentemente assai ricorrenti nel nostro ambito, e costituiscono il fulcro stesso, inevitabilmente, della nostra pratica.
Su questi aspetti ho già scritto in passato, cosicchè mi si perdoni una certa ripetitività, ma sento di doverci tornare a beneficio di chi frequenta il mio corso, al quale queste brevi riflessioni sono dirette, considerato che, in palestra, è meglio praticare che elucubrare, e spesso può non esserci molto tempo per questo tipo di "approfondimenti".
E allora, cerco di spiegare, per quanto ho capito, naturalmente, cosa sono "ki" ed "aiki".
Per cominciare, come è noto, ki viene tradotto solitamente con "energia".
E' evidente che l'energia cui si fa riferimento non è quella che appartiene al sapere tecnico scientifico, ed alla fisica, ma ha una connotazione spiccatamente "letteraria", ed è davvero di difficile definizione.
Potrebbe corrispondere al concetto di "soffio vitale", di "ciò che muove le cose", o "natura", o altre nozioni egualmente generiche e indeterminate, ma la verità è che può volere dire un pò tutto e il contrario di tutto, e che è un termine impiegabile assai promiscuamente e tutte le volte in cui si vuole indicare, appunto, in qualche modo vitalità.
In ambito marziale il ki allude generalmente alla forza, intesa però non come forza muscolare, ma piuttosto come stato mentale in grado di generare, in chi lo possegga o lo domini, una straordinaria efficacia nel combattimento e nella messa in atto delle tecniche.
Per quanto mi riguarda, credo che il ki sia fondamentalmente uno stato mentale di serena, lucida e cosciente determinazione, che ove posseduta permette di ottenere il meglio dalle capacità che si hanno.
Per esempio, tutti camminiamo tranquillamente e quotidianamente su un marciapiede non più largo di un metro, o anche in corridoi molto più stretti. Se tuttavia ci trovassimo su un marciapiede o un corridoio posto su uno strapiombo alto, non so, cinquecento metri, e anche ove non ci fosse vento o altro ostacolo, probabilmente non riusciremmo a fare un solo passo, perchè saremmo paralizzati dalla paura.
Ecco, a mio giudizio questo esempio ci permette di comprendere esattamente cos'è il ki.
Se il nostro ki è forte, allora saremo in grado di camminare su quello strapiombo perchè sappiamo farlo, ne conosciamo la tecnica, non c'è alcun impedimento fisico o appunto tecnico che di per sè ce lo impedisca. In caso contrario, sebbene perfettamente in grado di fare quei gesti, non saremo mai in grado di fare un passo, perchè la paura ci tormenterà, oscurerà la nostra vista, e ci impedirà di mettere a frutto quel nostro sapere.
Storicamente nelle arti marziali il concetto è stato pertanto e da sempre ritenuto molto importante, perchè l'esperienza del combattimento, dello scontro, della aggressione, costituiscono un terreno di elezione, per così dire, di questo tipo di delusioni, della paura che ci impedisce di reagire sebbene tecnicamente in grado di farlo.
Per giungere a questo risultato è generalmente necessario molto tempo, molta dedizione, molto molto allenamento.
E' indispensabile, evidentemente, padroneggiare perfettamente la tecnica, perchè questo ci permette di sentirci sicuri e non farci paralizzare.
Se non so come camminare, per quanto coraggioso e audace io possa volere essere, non potrò percorrere neppure un metro.
Allo stesso tempo, occorrerebbe allenare "lo spirito", e prepararci anche mentalmente al momento in cui quel sapere debba essere messo in atto, tentando di sviluppare una "filosofia" di vita che ci permetta di avere quello stato mentale nell'attimo in cui ci servirà.
E' spesso l'aspetto più problematico.
L'aiki è generalmente tradotto con armonizzare il ki, ed è anch'esso un concetto a mio giudizio a più significati.
Nella visione del daito ryu, aiki voleva indicare semplicemente una strategia di combattimento, una "tecnica" di soppressione dell'avversario, basata sulla non opposizione della propria forza a quella del nemico, e sulla necessità di convogliare l'energia prodotta dall'attacco in modo da dominarla e ritorcerla disastrosamente su quello.
Nella visione di O sensei, aiki assunse un significato assai più ampio, in parte ancora inteso come tecnica e strategia di respingimento dell'attacco avversario, ma in massima parte divenne ed è ancora concetto connotato da una fortissima tensione etica, e da un deciso messaggio di non cedere alla violenza, perchè questa "rompe" l'armonia naturale, e ricondurre ad unità ed equilibrio ciò che invece l'aggressione ha compromesso.
Un praticante di daito mette in atto l'aiki ma non attribuisce ad esso alcuna valenza etica. L'aiki gli serve per distruggere un nemico, e recargli il maggior danno possibile con il minor rischio.
L'aikidoista applica l'aiki, invece, tentando di non nuocere (o farlo meno possibile) alla incolumità di chi aggredisce, e la tecnica mira a convogliare l'aggressione fino ad esaurirne la violenza distruttiva senza che da tanto derivino danni irreparabili.
L'aikido è dunque un percorso che aspira ad armonizzare il ki non solo in termini di strategia di combattimento, ma, questa l'idea che muove la disciplina, a rendere il praticante una persona equilibrata, mite, serena, che si correla agli altri e a tutto ciò che lo circonda, appunto, in armonia.
Concetti altissimi, di difficile applicazione.
Tentare, tuttavia, non soltanto non nuoce, ma è straordinariamente "divertente".
Perchè vuol dire allenarsi, praticare.
Buon keiko a tutti.

venerdì 24 febbraio 2017

Triste anniversario

A cinque anni dalla sua scomparsa, mi preme ricordare a chi non l'avesse conosciuto e visto all'opera, e in primis ai miei allievi, che si trattava di un Maestro, nel vero e genuino senso del termine.
Anzitutto, dunque, era un'inesauribile fonte di conoscenza e sapere, e partecipare ad una sua lezione costituiva un'esperienza sempre intensa, direi straordinaria, sebbene non fosse troppo incline alla spettacolarizzazione e ripetesse nella stragrande maggioranza dei casi le stesse tecniche, tutte rigorosamente di base.
Teorizzava e attuava nei suoi insegnamenti l'idea che l'aikido si componesse di alcune costruzioni fondamentali, e che la pratica quotidiana dovesse costituire approfondimento e studio di quelle costruzioni fondamentali, nelle quali i principi aikidoistici trovavano vita e applicazione, e che occorresse evitare di trasformarla in una sorta di rincorsa all'effetto scenico, allo stupore dell'osservatore.
Ikkyo, nikkyo, sankyo, yonkyo, preferibilmente in suwariwaza, con le quali pressochè inevitabilmente iniziavano le sessioni d'esame, o altre tecniche che occorreva bene padroneggiare, e nelle quali vi era tutto il necessario.
"Fate cose semplici", "l'aikido è semplice", gli ho spesso sentito ripetere.
Le lezioni dunque erano prevalentemente questo, una splendida immersione nelle basi della disciplina, tuttavia orientate all'approfondimento di singoli aspetti, al quale erano strumentali variazioni, cambi di prospettiva ed esecuzione sempre nuovi ed eccezionalmente stimolanti.
Questo era, direi, il suo insegnamento.
Pochi kokyunage, pochi capitomboli. Quando voleva ridimensionare l'effetto "circense", ghignava e faceva trasferire tutti fuori al tatami.
Cadete adesso, diceva.
Uke e tori non sono ballerini, non devono danzare, nè sono lì per realizzare una coreografia con finalità estetiche e artistiche. Piegate le ginocchia, tenete il contatto, siate attivi e "vivi".
Questo era importante per Fujimoto che venisse compreso.
Un Maestro, poi, non è soltanto uno straordinario esecutore, ma è anche e soprattutto un grande veicolo di trasmissione del sapere.
In questo, a mio giudizio, era letteralmente fenomenale.
L'ho detto altre volte. L'aikido, che è una disciplina niente affatto semplice (e Fujimoto sensei ne era assolutamente convinto), io l'ho capito soltanto per il suo tramite, perchè prima di incontrarlo navigavo nella più assoluta inconsapevolezza.
Cosa fosse l'aikido e quale fosse il senso di quelle tecniche che eseguivo, mi è stato chiaro soltanto ascoltando quelle spiegazioni, frequentando quelle lezioni, immergendomi in quello studio.
Gliene sarò sempre e infinitamente grato.
Un Maestro, infine, è un motivatore; un, diciamo così, creatore di entusiasmo.
Quanto riuscisse in questo, potete saperlo dagli occhi di chi ha fatto parte, chi più chi meno, della meravigliosa avventura didattica ed umana di questo gigante dell'aikido, italiano e mondiale, e dal dolore e dalla costernazione che la sua scomparsa ha lasciato.
La cosa più bella e importante, però, è che quell'entusiasmo per la disciplina gli siano sopravvissute.
Avrei voluto che l'aveste conosciuto.
Un pensiero triste, perchè non c'è più, accompagnato ad una immensa gratitudine.
Questo è per me il ricordo del Maestro.

domenica 13 novembre 2016

Il cappellino di Fujimoto sensei

Chiacchieravo con un amico che a sua volta dirige un corso di aikido nei pressi di Foggia, qualche tempo fa, e questa persona mi ha detto qualcosa a proposito del fatto che a lui non piacciono certi gesti tecnici "tipici" del nostro modo di praticare, e ha fatto l'esempio dell'ormai celebre "cappellino", un vero e proprio marchio di fabbrica della "ditta" Fujimoto.
Ha detto che a lui "queste cose" non vanno giù, o qualcosa del genere, lasciando intendere che preferisce tenersi autonomo rispetto a questo stile, che in qualche modo deve sembrargli forse troppo, diciamo così, personale o personalistico, per non dire bizzarro.
Non ho ritenuto di replicare, perchè era un incontro piuttosto veloce, se non dicendogli, appunto rapidamente, che l'espediente del cappellino ha delle precise ragioni tecnico marziali, e non risponde affatto, come potrebbe pensarsi, ad una specie di esigenza estetica, o di istrionismo.
Mi ha lasciato tuttavia, quell'incontro, la voglia di chiarire, perchè è evidente che chi non conosce la didattica del Maestro forse non può arrivare a comprendere davvero cosa il Maestro insegnava, e vale la pena di tentare di spiegare.
Anzitutto, per chi non la conoscesse, la "gag" del cappellino consiste nel modo, davvero brillante ed efficacissimo, di spiegare una forma di kokyunage, conosciuta anche come sokumen iriminage.
Il Maestro, in alcuni video, "munitosi" di un berretto chissà dove rimediato (non era certo il suo, lo avrà chiesto in prestito a qualche spettatore) illustra il movimento delle braccia da eseguire in questa tecnica, portando la mano afferrata da uke alla sua spalla, salendo poi verticalmente sulla testa, per poi "passarla" sul capo come se volesse togliere il berretto, e concludendo (berretto in mano) la tecnica scaricando il peso nella direzione di uke per lanciarlo a terra.
Occorre fare una premessa.
Il Maestro non si presentava a lezione con un cappellino, e personalmente avrò visto spiegata quella tecnica decine di volte (era praticamente la tecnica con la quale iniziava qualsiasi stage, sia pure con molte entrate diverse) senza avere mai assistito alla scenetta del berretto, il che è per dire che non c'era proprio alcun istrionismo fine a se stesso.
Detto questo, perchè, bisogna chiedersi, Fujimoto eseguiva la tecnica in quel modo?
La ragione è, piuttosto lapalissianamente, quella di avvicinare uke a tori, e realizzare il waza nella misura più elegante, efficace e naturale possibile.
Se uke afferra solidamente, risulta molto faticoso entrare direttamente con il kokyunage sotto il suo mento, perchè il suo braccio sarà in estensione, la sua postura dritta, la sua attenzione focalizzata a bloccare.
Il rischio, allora, è di lavorare eccessivamente con la muscolatura del braccio, o dovere anticipare tantissimo il movimento pena la assoluta inverosimiglianza della effettiva riuscita della tecnica.
Richiamando la nostra mano afferrata alla spalla, con il palmo completamente rivolto verso la nostra scapola, l'effetto sarà invece quello di costringere uke ad avvicinarsi a noi, e a rimanere più basso rispetto a noi, con l'effetto di realizzare una condizione di vantaggio.
Una volta creata quella condizione, dovendo entrare verso la testa di uke, il modo più razionale di rendere meno resistente possibile la sua presa sarà appunto quello di salire dalla spalla verticalmente verso il nostro capo, il tutto con un duplice effetto: non aprire immediatamente la nostra ascella, e dunque rimanere dominanti (perchè uke non ha alcuna possibilità di impedirci di compiere quel movimento) e al contempo intercettare il suo mento in modo da rovesciarlo, in tal modo compromettendo il baricentro del partner e proiettarlo facilmente.
Il Maestro insisteva molto sulla necessità di richiamare uke, in tutte le tecniche.
Un aggressore vicino, per quanto possa sembrare strano, è meno pericoloso di uno che si trova a distanza perfetta per sferrare un colpo con le gambe o con le braccia.
Inoltre, è posto ad una distanza tale da poterlo colpire, ed è dunque un aggressore "preoccupato" da questa evenienza, che deve difendersi, e dunque è meno aggressivo.
Infine, la nostra postura, essendo raccolta, è quella maggiormente razionale per sprigionare la massima potenza possibile, con tutto il corpo.
Inoltre, tornando alla pratica aikidoistica, è unione.
Molte scuole di aikido filosofeggiano parlando di unione tra tori e uke, unicità e annullamento della dualità, ma poi fanno, nell'esecuzione, un aikido prettamente unilaterale, nel quale i due partner non sono affatto unici nella direzione dei loro corpi e hanno ruoli e atteggiamenti diametralmente opposti.
Il Maestro sollecitava ad unire le direzioni, rimanere vicini, in una parola realizzare, nei fatti e non con le parole, quella condizione di unione che altri si limitano ad enunciare.
Il cappellino, allora, era l'essenza stessa dell'aikido fujimotiano.
Era una brillante soluzione didattica, di quelle che rimangono straordinariamente vive nello sguardo e nel ricordo di chi assiste, e tuttavia era strettamente funzionale alla spiegazione di una tecnica e ancora di più di un principio che realizzava davvero e pienamente i "valori" della corretta esperienza aikidoistica.
Un giorno cercherò di spiegarlo a quell'amico.
Intanto spero di avere almeno un minimo chiarito la faccenda.
Non dovessi essere stato efficace .... a me un berretto, please!

domenica 23 ottobre 2016

Il video è noto... ma è una dimostrazione bellissima e devo condividerla!



sabato 22 ottobre 2016

aikido superiore

Si, lo dico convinzione!
Un ikkyo è un ikkyo, per fare un esempio, ma c'è modo e modo!
A Foggia, nello scorso week end, durante il seminario del Maestro Montenegro, abbiamo visto Aikido di livello altissimo, e non solo sotto il profilo dell'esecuzione, che è già tanto, ma anche e soprattutto sotto l'aspetto didattico, il che è molto meno comune.
Si tratta di un istruttore davvero bravissimo, non c'è che dire.
Le lezioni sono state impostate con calma, serenità, e grande e ammirevole attenzione ad ogni aspetto, senza tuttavia appesantimenti né il benché minimo sacrificio del ritmo (al termine dei due allenamenti ero, personalmente, un mezzo straccio) e del divertimento (a giudicare dal mio stato d'animo e dalle impressioni raccolte presso "l'utenza").
C'erano principianti, avanzati, gente che proveniva dall'esperienza "fujimotista" e qualcuno che segue o ha seguito strade assai distanti, e ciascuno di noi ha avuto modo di perfezionarsi, mettersi in discussione, recepire contenuti e indirizzi didattici preziosi e profondi.
E' stato un raduno stimolante e rinvigorente, che ha lasciato grande soddisfazione e curiosità, come d'altronde è sempre accaduto con questo sensei, ma forse stavolta anche in misura maggiore.
Penso si stia creando un buon clima, in questi stages, anche perché la presenza di Montenegro è diventata sempre più familiare, senza che tanto stia andando a scapito dell'impegno suo e di chi lo segue, come qualche volta, con il passare del tempo, pure accade.
Ho visto i miei ragazzi entusiasti e curiosi, rinforzati nella loro voglia di studiare e migliorarsi.
La migliore controprova è la presenza di tutti, nessuno escluso, nella settimana successiva al raduno.
Prendete nota.... Lo avremo di nuovo con noi in aprile.
Intanto da queste parti tornerà, a Salerno, a fine novembre.
Poi a febbraio a Bari.
Sono occasioni da non perdere per praticare un Aikido...superiore....
E si...lo dico con convinzione!
A presto.

venerdì 7 ottobre 2016

Stage del 15 e 16 ottobre

Ricordo a tutti che il prossimo fine settimana ospiteremo il Maestro Montenegro per il primo di due raduni previsti per questa stagione accademica a Foggia.
Non credo ci sia bisogno dell'ennesima presentazione del personaggio, perché chiunque ci legga sa bene quanta stima nutriamo in questo straordinario istruttore e quanto siamo compiaciuti di vederlo di nuovo in azione da noi.
D'altro canto il livello raffinatissimo della sua pratica è piuttosto unanimemente condiviso, e mi risulta essere uno dei pochissimi sensei, italiani e non solo, che da molti Paesi ci si premura di invitare a dirigere raduni e seminari.
Spero con tutto il cuore che si tratti di un appuntamento pieno di entusiasmo, energia, nell'ottica della condivisione di un gioioso e ottimo aikido.
Mi auguro davvero che accorriate numerosi e desiderosi di cimentarvi sotto la guida di un insegnante che viene da una esperienza speciale, quella di braccio destro di un incommensurabile Maestro, e che ha deciso, direi coraggiosamente, di dedicare tutto il proprio tempo e la propria vita a questa nostra amatissima disciplina.
Per ogni necessità e chiarimento contattatemi.
La locandina è sulla pagina facebook della palestra, e sul sito dell'Aikikai.
Saremo alla palestra Taralli, nelle sale del judo.
Vi aspetto!