Si svolgerà il prossimo 24 e 25 novembre, presso la palestra di atletica pesante "Taralli", lo stage con Daniele Montenegro, sensei, IV dan dell'aikikai d'Italia.
Daniele è stato per oltre dieci anni assistente e straordinario uke del Maestro Fujimoto.
Con la sua impressionante abilità ha permesso al Maestro di esprimersi al massimo delle sue possibilità, consentendogli di ricercare e mostrare vette sino ad allora mai esplorate della esecuzione aikidoistica.
Le movenze di Montenegro ricordano in maniera impressionante lo stile del Maestro, la sua pulizia ed eleganza,e costituiscono a mio avviso un eccezionale patrimonio dell'aikido italiano, e dell'aikikai in specie, che dovremmo tutti noi, e soprattutto gli istruttori, valorizzare e incoraggiare.
Per chi non li avesse visti dal vivo all'opera, dirò che a mio giudizio la "coppia" Fujimoto Montenegro ha rappresentato qualcosa che si avvicina incredibilmente alla perfezione.
Il modo in cui il Maestro è riuscito a plasmare questo "ragazzo" di trent'anni, la strabiliante armonia che questi due personaggi riuscivano ad esprimere nella illustrazione delle tecniche, è qualcosa che rimarrà sempre nei miei occhi, come l'approdo al quale aspirare, e l'obiettivo di una carriera.
Gli aikidoisti di mezza Europa, e con essi quelli sudafricani e di altre parti del mondo che accorrevano agli stage del Maestro, hanno potuto vedere ciò di cui parlo, e sono certamente cambiati, nel modo di eseguire e ricevere le tecniche, nell'ammirare il grande shihan e il suo pupillo in azione.
La didattica di sovraumana chiarezza ed efficacia del Maestro sono state fatte proprie da Montenegro in maniera pressochè pedissequa, cosicchè in lui io ritrovo sostanzialmente tutto ciò che mi ha fatto innamorare dello stile del Maestro, la cui unicità, ritengo, era sì nella incredibile genialità dell'esecuzione, ma anche e soprattutto nella corrispondente mostruosa capacità di spiegare, illustrare chiaramente, trasmettere quell'immenso sapere.
E' stato un enorme piacere ospitarlo lo scorso anno, e spero e credo che continuerò ad invitarlo, perchè è un insegnante speciale, con un sapere speciale ed una dedizione alla disciplina ammirevole.
Crescerà ancora.
Ha qualità certamente fuori dal comune.
Spero accorriate, mettendo da parte la pigrizia e valorizzando la curiosità di vedere all'opera un testimone assolutamente unico e privilegiato dell'operato e degli insegnamenti di un genio assoluto quale era il Maestro Fujimoto.
Vi aspetto.
L'Aikikai d'Italia
L'Aikido a Foggia
L'Aikido a Foggia
giovedì 8 novembre 2012
sabato 29 settembre 2012
Aikido: di che si tratta.
Il primo post di questo blog consisteva semplicemente in un brano tratto da Wikipedia, scaricato per me da un amico, e che si intitolava "Cos'è l'Aikido".
Nel corso di questi (quasi) due anni, sono successe tantissime cose, e tra queste la perdita di un magnifico e incomparabile Maestro.
Credo di avere più volte parlato di cosa sia, a mio giudizio, l'aikido, ma vorrei cimentarmi in una spiegazione in qualche modo didattica, che mi rendo conto risulterà stucchevole ai più, ma che periosicamente è bene effettuare.
D'altro canto, la prima domanda che viene rivolta da chiunque si avvicini alla disciplina, magari venendo a scrutare una lezione, è sempre la stessa, ossia di che si tratti.
Aikido, allora, si compone di tre ideogrammi.
"Ai" è una contrazione del verbo awasu, e indica coordinamento, armonizzazione, equilibrio.
"Ki" è termine generalmente tradotto con energia, ma che può volere dire moltissime cose, costituendo una tipica espressione delle lingue orientali del periodo pre tecnologico, caratterizzate da una certa tendenza all'immaginifico e all'evocativo.
Ki allora potrebbe indicare ciò che è vitale, ma non necessariamente, poichè potrebbe dirsi anche che un luogo, anche se del tutto inanimato perchè composto ad esempio di sole rocce, "ha un suo ki".
In ambito aikidoistico e marziale, ki indica fondamentalmente una predisposizione di spirito, e uno stato mentale che permette a chi ne sia dotato di affrontare la vita e la eventuale morte (non necessariamente in battaglia) con coraggio, dignità, serenità.
Infine "do" sta a significare cammino di vita, percorso personale, o per antonomasia l'insegnamento che permette di compiere quel cammino.
Aikido allora potrebbe tradursi in molti modi, posto che non esistono interpretazioni autentiche fornite dal Fondatore.
Diciamo che può intendersi come la disciplina (intesa come complesso di conoscenze codificate e sistemate) marziale (e dunque fondata su tecniche di combattimento) che si propone di sviluppare nel praticante uno stato interiore che lo mantenga in armonia con sè e con ciò che lo circonda.
Come è possibile armonizzarsi con qualcuno che ci attacca con l'intento di sopraffarci?
La soluzione fornita dal Fondatore è quella di mettere a punto e applicare tecniche di pura neutralizzazione dell'attacco che ci viene rivolto, la cui finalità sia quella di respingere l'aggressione recando all'altro minore danno possibile.
Se l'intento tradizionale della tecnica di combattimento è quella di recare il maggior danno possibile nel minor tempo, l'aikido capovolge completamente l'approccio, prodigandosi per conseguire il risultato opposto.
Gli esercizi aikidoistici, allora, costituiscono il tentativo di realizzare questo ambiziosissimo fine, che è espresso dalla nota formula "impedire di ferire senza ferire".
Dunqe ai calci, pugni, gomitate o strangolamenti, l'aikidosista sostiutisce leve, sbilanciamenti, bloccaggi, mantenendo tuttavia le stesse evasioni dall'attacco proprie delle arti marziali tradizionali e con il fine di creare sempre quella situazione di vantaggio rispetto all'aggressore che è condizione perchè l'attacco possa essere neutralizzato.
L'aikido, allora, è pratica in questo senso autenticamente marziale, e come tale va fatta.
La situazione di armonia, infatti, non è frutto di un accordo che precede il contatto, ma è l'esito di una corretta applicazione della tecnica.
Se si smarrisce questo presupposto, l'aikido diventa una sorta di ginnastica che scimmiotta malamente altre attività.
Una specie di bio danza, o qualcosa del genere.
Uke e tori diventano due individui che tentano di realizzare una coreografia predeterminata, di nessuna efficacia difensiva, e inevitabilmente disattenta alle ragioni che generano quei movimenti, dei quali non si è in grado di ricostruire l'origine.
Questo fa sì che se qualcuno ci afferra, e lo fa con vigore, non si sia in grado di liberarsi.
Se qualcuno sferra un attacco non si sia in grado di sfuggirgli.
In quei casi, di fronte alla incapacità di mettere in atto una tecnica, si invoca la acquiescenza dell'altro, generalmente condendo la bizzarra richiesta di "resa" con tutto lo stupidario pseudo spiritualista proprio di alcune sottoculture religiose.
E' assai frequente sentirsi dire da un allampanato istruttore che non sa come liberare il suo polso da una presa energica che "non si deve combattere", o che "l'aikido è amore".
Nell'aikido non si combatte, e questo è assolutamente ovvio, perchè combattere è tutta un'altra cosa dalla pratica di due compagni di allenamento nel dojo.
L'aikido è amore perchè, come ho detto, si propone di realizzare lo straordinario risultato di neutralizzare l'attacco dell'altro, che è un attacco mosso con intento di ferire o uccidere, senza ricambiare quella volontà distruttiva con analoga distruzione.
Tuttavia bisogna saperlo fare. Altrimenti è un'altra cosa.
Occorre assolutamente evitare di trasformare la pratica in una religione un pò fricchettona, e i presupposti etici della disciplina in qualcosa che la stravolga malamente.
Sono scuse per non lavorare seriamente, e degenerazioni biasimevoli e pericolose verso forme di ginnastica spiritualistica che sono lontane anni luce dalle intenzioni del Fondatore e dalla vera cultura giapponese.
A presto.
Buon allenamento.
Nel corso di questi (quasi) due anni, sono successe tantissime cose, e tra queste la perdita di un magnifico e incomparabile Maestro.
Credo di avere più volte parlato di cosa sia, a mio giudizio, l'aikido, ma vorrei cimentarmi in una spiegazione in qualche modo didattica, che mi rendo conto risulterà stucchevole ai più, ma che periosicamente è bene effettuare.
D'altro canto, la prima domanda che viene rivolta da chiunque si avvicini alla disciplina, magari venendo a scrutare una lezione, è sempre la stessa, ossia di che si tratti.
Aikido, allora, si compone di tre ideogrammi.
"Ai" è una contrazione del verbo awasu, e indica coordinamento, armonizzazione, equilibrio.
"Ki" è termine generalmente tradotto con energia, ma che può volere dire moltissime cose, costituendo una tipica espressione delle lingue orientali del periodo pre tecnologico, caratterizzate da una certa tendenza all'immaginifico e all'evocativo.
Ki allora potrebbe indicare ciò che è vitale, ma non necessariamente, poichè potrebbe dirsi anche che un luogo, anche se del tutto inanimato perchè composto ad esempio di sole rocce, "ha un suo ki".
In ambito aikidoistico e marziale, ki indica fondamentalmente una predisposizione di spirito, e uno stato mentale che permette a chi ne sia dotato di affrontare la vita e la eventuale morte (non necessariamente in battaglia) con coraggio, dignità, serenità.
Infine "do" sta a significare cammino di vita, percorso personale, o per antonomasia l'insegnamento che permette di compiere quel cammino.
Aikido allora potrebbe tradursi in molti modi, posto che non esistono interpretazioni autentiche fornite dal Fondatore.
Diciamo che può intendersi come la disciplina (intesa come complesso di conoscenze codificate e sistemate) marziale (e dunque fondata su tecniche di combattimento) che si propone di sviluppare nel praticante uno stato interiore che lo mantenga in armonia con sè e con ciò che lo circonda.
Come è possibile armonizzarsi con qualcuno che ci attacca con l'intento di sopraffarci?
La soluzione fornita dal Fondatore è quella di mettere a punto e applicare tecniche di pura neutralizzazione dell'attacco che ci viene rivolto, la cui finalità sia quella di respingere l'aggressione recando all'altro minore danno possibile.
Se l'intento tradizionale della tecnica di combattimento è quella di recare il maggior danno possibile nel minor tempo, l'aikido capovolge completamente l'approccio, prodigandosi per conseguire il risultato opposto.
Gli esercizi aikidoistici, allora, costituiscono il tentativo di realizzare questo ambiziosissimo fine, che è espresso dalla nota formula "impedire di ferire senza ferire".
Dunqe ai calci, pugni, gomitate o strangolamenti, l'aikidosista sostiutisce leve, sbilanciamenti, bloccaggi, mantenendo tuttavia le stesse evasioni dall'attacco proprie delle arti marziali tradizionali e con il fine di creare sempre quella situazione di vantaggio rispetto all'aggressore che è condizione perchè l'attacco possa essere neutralizzato.
L'aikido, allora, è pratica in questo senso autenticamente marziale, e come tale va fatta.
La situazione di armonia, infatti, non è frutto di un accordo che precede il contatto, ma è l'esito di una corretta applicazione della tecnica.
Se si smarrisce questo presupposto, l'aikido diventa una sorta di ginnastica che scimmiotta malamente altre attività.
Una specie di bio danza, o qualcosa del genere.
Uke e tori diventano due individui che tentano di realizzare una coreografia predeterminata, di nessuna efficacia difensiva, e inevitabilmente disattenta alle ragioni che generano quei movimenti, dei quali non si è in grado di ricostruire l'origine.
Questo fa sì che se qualcuno ci afferra, e lo fa con vigore, non si sia in grado di liberarsi.
Se qualcuno sferra un attacco non si sia in grado di sfuggirgli.
In quei casi, di fronte alla incapacità di mettere in atto una tecnica, si invoca la acquiescenza dell'altro, generalmente condendo la bizzarra richiesta di "resa" con tutto lo stupidario pseudo spiritualista proprio di alcune sottoculture religiose.
E' assai frequente sentirsi dire da un allampanato istruttore che non sa come liberare il suo polso da una presa energica che "non si deve combattere", o che "l'aikido è amore".
Nell'aikido non si combatte, e questo è assolutamente ovvio, perchè combattere è tutta un'altra cosa dalla pratica di due compagni di allenamento nel dojo.
L'aikido è amore perchè, come ho detto, si propone di realizzare lo straordinario risultato di neutralizzare l'attacco dell'altro, che è un attacco mosso con intento di ferire o uccidere, senza ricambiare quella volontà distruttiva con analoga distruzione.
Tuttavia bisogna saperlo fare. Altrimenti è un'altra cosa.
Occorre assolutamente evitare di trasformare la pratica in una religione un pò fricchettona, e i presupposti etici della disciplina in qualcosa che la stravolga malamente.
Sono scuse per non lavorare seriamente, e degenerazioni biasimevoli e pericolose verso forme di ginnastica spiritualistica che sono lontane anni luce dalle intenzioni del Fondatore e dalla vera cultura giapponese.
A presto.
Buon allenamento.
sabato 1 settembre 2012
Nuova stagione alle porte.
Eccoci all'esordio di una nuova stagione aikidoistica.
E' oltre un mese e mezzo che non mi alleno e mai come quest'anno la pausa mi è pesata enormemente.
Come capitava quando andavo a scuola, si finisce per stilare una sorta di lista di buoni propositi, attese e aspettative per la stagione che viene.
Vorrei poter dire, al termine di questa annata, di essere significativamente migliorato nella mia tecnica, e di avere compiuto un passo ulteriore nel percorso di perfezionamento.
Spero di progredire nella mia capacità di trasmettere il sapere che altri mi hanno trasmesso, e in generale di essere all'altezza del mio ruolo di insegnante e della responsabilità che esso comporta.
Mi auguro di formare un gruppo di allievi compatto, possibilmente numeroso, e fatto di gente motivata, entustiasta, che mi segua negli stages che frequenterò nel corso dell'anno, o che comunque mi sostenga con quell'entusiasmo nei miei sforzi e nel mio impegno di istruttore.
Mi aspetto che il gruppo filiato dal Maestro Fujimoto si mantenga unito e fraterno, che esso non si disperda in egoismi e protagonismi dannosi e distruttivi, e che si faccia di tutto per perpetuare quello stile unico e magnifico del quale siamo custodi.
Auspico che ai raduni che intendo organizzare e promuovere affluisca più gente possibile, e che la città e la comunità aikidoistica tutta vi partecipino con generosità e passione.
Confido di essere in salute, e che si conservino sani e combattivi i miei istruttori e compagni di allenamento.
Questo spero per quest'anno.
Un grosso augurio a tutti di una stagione bellissima e feconda.
Luca
E' oltre un mese e mezzo che non mi alleno e mai come quest'anno la pausa mi è pesata enormemente.
Come capitava quando andavo a scuola, si finisce per stilare una sorta di lista di buoni propositi, attese e aspettative per la stagione che viene.
Vorrei poter dire, al termine di questa annata, di essere significativamente migliorato nella mia tecnica, e di avere compiuto un passo ulteriore nel percorso di perfezionamento.
Spero di progredire nella mia capacità di trasmettere il sapere che altri mi hanno trasmesso, e in generale di essere all'altezza del mio ruolo di insegnante e della responsabilità che esso comporta.
Mi auguro di formare un gruppo di allievi compatto, possibilmente numeroso, e fatto di gente motivata, entustiasta, che mi segua negli stages che frequenterò nel corso dell'anno, o che comunque mi sostenga con quell'entusiasmo nei miei sforzi e nel mio impegno di istruttore.
Mi aspetto che il gruppo filiato dal Maestro Fujimoto si mantenga unito e fraterno, che esso non si disperda in egoismi e protagonismi dannosi e distruttivi, e che si faccia di tutto per perpetuare quello stile unico e magnifico del quale siamo custodi.
Auspico che ai raduni che intendo organizzare e promuovere affluisca più gente possibile, e che la città e la comunità aikidoistica tutta vi partecipino con generosità e passione.
Confido di essere in salute, e che si conservino sani e combattivi i miei istruttori e compagni di allenamento.
Questo spero per quest'anno.
Un grosso augurio a tutti di una stagione bellissima e feconda.
Luca
domenica 15 luglio 2012
Laces, raduno 2012
Il raduno si è svolto anche quest'anno, ed è stato un successo.
Iniziato con una certa mestizia, ha preso sempre più consistenza con il passare delle giornate.
Gli insegnanti hanno trovato coraggio, sempre più, e hanno dato progressivamente maggiore chiarezza, autorevolezza e contenuto alle loro lezioni.
Quando sono andato via, fatto del quale non vado orgoglioso, e avendo partecipato soltanto alle prime cinque (delle otto) giornate di allenamento, ero dispiaciuto e roso dalla voglia di rimanere e di praticare.
E' questo il segnale, penso di poter dire, che il raduno funzionava, appassionava, e avrei voluto che andasse avanti ancora per giorni.
Rimane uno stage a rischio, perchè ha "nemici" esterni ed interni.
Tuttavia, ha dato, questo gruppo, un esaltante segno di vitalità e forza, che forse non mi sarei aspettato.
Eravamo in centinaia, certo meno dei tempi del Maestro, ma comunque tantissimi, e come quando c'era lui sono arrivati russi, sudafricani, tedeschi, il che connota lo stage di Laces per quello che è e deve rimanere, ossia un meeting internazionale.
Il lavoro didattico ha rappresentato un ritorno alla base, con il dichiarato intento di riprendere le linee fondamentali dell'aikido del Maestro, e recuperare in maniera decisa il rapporto tra i movimenti chiave (shi ho giri e ikkyo undo su tutti) e i waza propriamente detti.
Come accade in questo stage unico, si è partiti dalle tecniche apparentemente più semplici, per esempio gyaku hanmi katatetori ikkyo, risalendo man mano a quelle più complesse (quando sono andato via stavamo lavorando, ad esempio, su ushiro eri dori irimi nage, e varie forme di tachi dori).
Abbiamo lavorato, come accadeva prima della malattia del Maestro, moltissimo in suwariwaza e hanmi hantachi waza, il che mi ha ricordato tempi felici, con i durissimi allenamenti che ci riservava lui, che in ginocchio aveva una agilità e una pulizia impressionante e direi sovraumana.
Foglietta lo conosco meglio, con la sua grinta e la sua esperienza antica, molto importante anche in termini di tutela del passato e testimonianza della evoluzione del Maestro.
Bravissimo Travaglini, che mi sembra quello che è più maturato negli ultimi tempi, e che ho l'impressione che abbia ulteriori margini di crescita, direi anche umani.
Si muove magnificamente, e sono certo che, come d'altro canto è accaduto anche con Fujimoto sensei, con il passare del tempo diventerà anche meno spigoloso e sempre più pulito nell'esecuzione.
In sintesi, è stato tutto molto credibile, e questo non era certo che si verificasse.
Bravi gli istruttori, che vedevo tesi e preoccupati prima di iniziare e nei primi giorni.
Magnifico il Maestro, che ha lavorato negli ultmi due anni proprio per questo risultato, formando e dando corpo ad un gruppo che si muove unito, coeso, e deciso a non disperdere quell'immenso patrimonio di conoscenze che era Fujimoto shihan.
Sarebbe stato, ne sono assolutamente sicuro, felice e soddisfatto di vedere tutto questo.
Dobbiamo andare avanti, perchè dalla sopravvivenza di Laces e dell'altro raduno di Natale dipende molto della sopravvivenza di questa esperienza storica, della quale noi aikidoisti italiani siamo i fortunati custodi.
Mi auguro, con tutto il cuore, che anche chi non c'era torni ad affacciarsi, non solo per "dovere", ma piuttosto perchè questi raduni sono divertenti e bellissimi.
Tutti dobbiamo continuare a imparare, altrimenti il cammino si interrompe.
Gli esami, come siano andati, non lo so e non mi importa poi molto.
Non vedo l'ora di ricominciare a praticare, e già penso a quando tornerò a Laces, con i suoi tedeschi gentili, le sue distese di meleti, e il suo stage lungo, faticoso, e splendido.
Buona estate, torniamo a settembre.
Luca.
Iniziato con una certa mestizia, ha preso sempre più consistenza con il passare delle giornate.
Gli insegnanti hanno trovato coraggio, sempre più, e hanno dato progressivamente maggiore chiarezza, autorevolezza e contenuto alle loro lezioni.
Quando sono andato via, fatto del quale non vado orgoglioso, e avendo partecipato soltanto alle prime cinque (delle otto) giornate di allenamento, ero dispiaciuto e roso dalla voglia di rimanere e di praticare.
E' questo il segnale, penso di poter dire, che il raduno funzionava, appassionava, e avrei voluto che andasse avanti ancora per giorni.
Rimane uno stage a rischio, perchè ha "nemici" esterni ed interni.
Tuttavia, ha dato, questo gruppo, un esaltante segno di vitalità e forza, che forse non mi sarei aspettato.
Eravamo in centinaia, certo meno dei tempi del Maestro, ma comunque tantissimi, e come quando c'era lui sono arrivati russi, sudafricani, tedeschi, il che connota lo stage di Laces per quello che è e deve rimanere, ossia un meeting internazionale.
Il lavoro didattico ha rappresentato un ritorno alla base, con il dichiarato intento di riprendere le linee fondamentali dell'aikido del Maestro, e recuperare in maniera decisa il rapporto tra i movimenti chiave (shi ho giri e ikkyo undo su tutti) e i waza propriamente detti.
Come accade in questo stage unico, si è partiti dalle tecniche apparentemente più semplici, per esempio gyaku hanmi katatetori ikkyo, risalendo man mano a quelle più complesse (quando sono andato via stavamo lavorando, ad esempio, su ushiro eri dori irimi nage, e varie forme di tachi dori).
Abbiamo lavorato, come accadeva prima della malattia del Maestro, moltissimo in suwariwaza e hanmi hantachi waza, il che mi ha ricordato tempi felici, con i durissimi allenamenti che ci riservava lui, che in ginocchio aveva una agilità e una pulizia impressionante e direi sovraumana.
Foglietta lo conosco meglio, con la sua grinta e la sua esperienza antica, molto importante anche in termini di tutela del passato e testimonianza della evoluzione del Maestro.
Bravissimo Travaglini, che mi sembra quello che è più maturato negli ultimi tempi, e che ho l'impressione che abbia ulteriori margini di crescita, direi anche umani.
Si muove magnificamente, e sono certo che, come d'altro canto è accaduto anche con Fujimoto sensei, con il passare del tempo diventerà anche meno spigoloso e sempre più pulito nell'esecuzione.
In sintesi, è stato tutto molto credibile, e questo non era certo che si verificasse.
Bravi gli istruttori, che vedevo tesi e preoccupati prima di iniziare e nei primi giorni.
Magnifico il Maestro, che ha lavorato negli ultmi due anni proprio per questo risultato, formando e dando corpo ad un gruppo che si muove unito, coeso, e deciso a non disperdere quell'immenso patrimonio di conoscenze che era Fujimoto shihan.
Sarebbe stato, ne sono assolutamente sicuro, felice e soddisfatto di vedere tutto questo.
Dobbiamo andare avanti, perchè dalla sopravvivenza di Laces e dell'altro raduno di Natale dipende molto della sopravvivenza di questa esperienza storica, della quale noi aikidoisti italiani siamo i fortunati custodi.
Mi auguro, con tutto il cuore, che anche chi non c'era torni ad affacciarsi, non solo per "dovere", ma piuttosto perchè questi raduni sono divertenti e bellissimi.
Tutti dobbiamo continuare a imparare, altrimenti il cammino si interrompe.
Gli esami, come siano andati, non lo so e non mi importa poi molto.
Non vedo l'ora di ricominciare a praticare, e già penso a quando tornerò a Laces, con i suoi tedeschi gentili, le sue distese di meleti, e il suo stage lungo, faticoso, e splendido.
Buona estate, torniamo a settembre.
Luca.
sabato 16 giugno 2012
Cambio di prospettiva
Ora che si approssima Laces, viene da chiedersi cosa ne sarà di questo stage entro qualche anno.
Per chi non ci fosse mai stato, Laces è un posto magnifico, verdissimo e nel cuore della val Venosta, presso il quale si è tenuto, credo dal 1989, un raduno bellissimo, partito in sordina e poi cresciuto sempre più, e che ha finito per assumere un valore straordinariamente alto sotto il profilo tecnico e una gigantesca portata simbolica.
Questo per diverse ragioni.
La (quasi) concomitanza con quello ligure è certamente una di queste, per quanto abbastanza residuale.
E' diventato così importante perchè, penso, lo stesso Maestro Fujimoto vi ha progressivamente investito sempre maggiori sforzi e impiegato sempre crescente dedizione, facendone il suo gioiello più perfetto, un vero e proprio manifesto del suo aikido.
Con l'improvviso manifestarsi della malattia, poi, Laces è divenuto qualcosa di più, una sorta di adunata generale, nella quale tutto il gruppo veniva riunito per vedere il suo leader, avvolgerlo in un abbraccio, ascoltare le sue disposizioni per il futuro che avevano sempre più qualcosa di "testamentario".
Gli ultimi anni dello stage sono stati anche questo, un profondo momento di vicinanza e quasi compenetrazione tra il sensei e il gruppo, e hanno avuto qualcosa direi di sacrale, in senso giapponese e laico del termine.
Il Maestro, d'altro canto, ha sempre parlato della sua prossima fine, con dolore assai ben celato e una lucidità e serenità impressionanti, utilizzando lo stage come il momento principale di preparazione della sua successione.
Ora, lui da qualche mese non c'è più.
Ha sempre detto che voleva che Laces andasse avanti, questo era un suo grande e sentito desiderio, ben sapendo che alla sua imminente morte sarebbe potuto seguire un momento di grande sbandamento.
Naturalmente, il vuoto è enorme e non esito a dire sostanzialmente incolmabile.
D'altro canto chi ha avuto, dal Maestro stesso ed espressamente, l'incarico di sostituirlo, non si sogna neppure di potervi sopperire.
Allora, perchè dovremmo andare a Laces, spendere soldi e tempo per partecipare ad un seminario che "era" il Maestro, e che con la sua scomparsa sembrerebbe non avere più alcun senso.
Il perchè, a mio giudizio, è molto semplice.
Dobbiamo andarci perchè quello sarà la nursery delle nuove leve, lo strumento principale della conservazione dell'aikido del maestro Fujimoto.
E' quello il luogo principale nel quale la comunità dei praticanti che hanno seguito questo immenso shihan, dovrà ritrovarsi per perpetuare quello stile, migliorarsi, sentirsi unita e compatta.
Non dobbiamo cercare in chi terrà gli allenamenti il Maestro in una sorta di nuova personificazione, ma delle guide alle quali è stato affidato il compito di trasmettere quel metodo in modo che, un domani forse vicinissimo e forse lontano, possa emergere davvero un nuovo Fujimoto.
Probabilmente già c'è, questa persona, ed è un ragazzino che ha fatto una sola lezione, o magari deve ancora iscriversi.
Forse non arriverà per diverse generazioni, e io andrò via senza averlo mai incontrato e visto.
Naturalmente non lo so.
Ecco perchè è necessario un cambio di prospettiva, che ove non vi fosse segnerebbe la certa fine di questo gruppo, e con esso, alla lunga, dello stesso aikido del Maestro.
E' illusorio, a mio giudizio, pensare che possiamo nel piccolo del nostro dojo, con le sole nostre forze, perpetuare uno stile, un approccio unico come quello che abbiamo studiato.
Finiremo per dimenticare, fraintendere, o quanto meno, realisticamente, le nostre conoscenze e i nostri ricordi finiranno con noi, o con il nostro migliore allievo nella generazione successiva.
Conserviamo con generosità Laces, e ciò non soltanto come ossequio alla volontà del Maestro morente (sentimenti come questo non durano abbastanza nel tempo), ma perchè questo stage è lo strumento principale perchè la stessa presenza di questo magnifico shihan non vada, alla lunga, perduta con tutta la sua inestimabile bellezza e tutto il suo inenarrabile valore.
Sono fiducioso. A presto.
Per chi non ci fosse mai stato, Laces è un posto magnifico, verdissimo e nel cuore della val Venosta, presso il quale si è tenuto, credo dal 1989, un raduno bellissimo, partito in sordina e poi cresciuto sempre più, e che ha finito per assumere un valore straordinariamente alto sotto il profilo tecnico e una gigantesca portata simbolica.
Questo per diverse ragioni.
La (quasi) concomitanza con quello ligure è certamente una di queste, per quanto abbastanza residuale.
E' diventato così importante perchè, penso, lo stesso Maestro Fujimoto vi ha progressivamente investito sempre maggiori sforzi e impiegato sempre crescente dedizione, facendone il suo gioiello più perfetto, un vero e proprio manifesto del suo aikido.
Con l'improvviso manifestarsi della malattia, poi, Laces è divenuto qualcosa di più, una sorta di adunata generale, nella quale tutto il gruppo veniva riunito per vedere il suo leader, avvolgerlo in un abbraccio, ascoltare le sue disposizioni per il futuro che avevano sempre più qualcosa di "testamentario".
Gli ultimi anni dello stage sono stati anche questo, un profondo momento di vicinanza e quasi compenetrazione tra il sensei e il gruppo, e hanno avuto qualcosa direi di sacrale, in senso giapponese e laico del termine.
Il Maestro, d'altro canto, ha sempre parlato della sua prossima fine, con dolore assai ben celato e una lucidità e serenità impressionanti, utilizzando lo stage come il momento principale di preparazione della sua successione.
Ora, lui da qualche mese non c'è più.
Ha sempre detto che voleva che Laces andasse avanti, questo era un suo grande e sentito desiderio, ben sapendo che alla sua imminente morte sarebbe potuto seguire un momento di grande sbandamento.
Naturalmente, il vuoto è enorme e non esito a dire sostanzialmente incolmabile.
D'altro canto chi ha avuto, dal Maestro stesso ed espressamente, l'incarico di sostituirlo, non si sogna neppure di potervi sopperire.
Allora, perchè dovremmo andare a Laces, spendere soldi e tempo per partecipare ad un seminario che "era" il Maestro, e che con la sua scomparsa sembrerebbe non avere più alcun senso.
Il perchè, a mio giudizio, è molto semplice.
Dobbiamo andarci perchè quello sarà la nursery delle nuove leve, lo strumento principale della conservazione dell'aikido del maestro Fujimoto.
E' quello il luogo principale nel quale la comunità dei praticanti che hanno seguito questo immenso shihan, dovrà ritrovarsi per perpetuare quello stile, migliorarsi, sentirsi unita e compatta.
Non dobbiamo cercare in chi terrà gli allenamenti il Maestro in una sorta di nuova personificazione, ma delle guide alle quali è stato affidato il compito di trasmettere quel metodo in modo che, un domani forse vicinissimo e forse lontano, possa emergere davvero un nuovo Fujimoto.
Probabilmente già c'è, questa persona, ed è un ragazzino che ha fatto una sola lezione, o magari deve ancora iscriversi.
Forse non arriverà per diverse generazioni, e io andrò via senza averlo mai incontrato e visto.
Naturalmente non lo so.
Ecco perchè è necessario un cambio di prospettiva, che ove non vi fosse segnerebbe la certa fine di questo gruppo, e con esso, alla lunga, dello stesso aikido del Maestro.
E' illusorio, a mio giudizio, pensare che possiamo nel piccolo del nostro dojo, con le sole nostre forze, perpetuare uno stile, un approccio unico come quello che abbiamo studiato.
Finiremo per dimenticare, fraintendere, o quanto meno, realisticamente, le nostre conoscenze e i nostri ricordi finiranno con noi, o con il nostro migliore allievo nella generazione successiva.
Conserviamo con generosità Laces, e ciò non soltanto come ossequio alla volontà del Maestro morente (sentimenti come questo non durano abbastanza nel tempo), ma perchè questo stage è lo strumento principale perchè la stessa presenza di questo magnifico shihan non vada, alla lunga, perduta con tutta la sua inestimabile bellezza e tutto il suo inenarrabile valore.
Sono fiducioso. A presto.
sabato 12 maggio 2012
La nozione di impossibile
Qualche mese fa, se non ricordo male nello stage che tenne a Milano nel novembre scorso (per inciso, uno dei raduni e lezioni più belle cui mi sia capitato di assistere), il Maestro Fujimoto ebbe a riprendere alcuni ritardatari (che per di più indossavano l'hakama).
Non era più da tempo il Fujimoto delle ramanzine furiose e anche un pò estreme.
Con il tempo, e poi con la malattia, era diventato molto più dolce e paterno.
Tuttavia, quei ritardatari erano anche piuttosto rumorosi nell'arrivare, e qualcuno di loro era inoltre salito di soppiatto sul tatami, fatto, questo, tendenzialmente inammissibile e irriguardoso.
Il Maestro allora si rivolse loro riprendendoli, e colse l'occasione per fare di quel momento una lezione nella lezione, una di quelle cose che rendono un Maestro tale.
Dopo averli blandamente richiamati, si rivolse a tutti noi e disse che c'era una differenza tra gli italiani e i giapponesi quando si trovano a fare tardi ad un appuntamento.
I giapponesi, disse, non si giustificano, qualsiasi cosa sia loro successa nel giungere a quell'appuntamento.
Magari, disse il Maestro, gli hanno sparato per strada, o sono stati coinvolti in un maxi tamponamento, ma se loro arrivano in ritardo, come che sia, si profondono in scuse incondizionate, perchè hanno mancato ad un impegno preso.
Perchè sia accaduto non conta niente.
Proseguì invece Fujimoto sensei raccontando che una cosa che lo aveva immediatamente colpito sin dai suoi primi tempi in Italia era la tendenza degli italiani a giustificarsi.
Ho fatto tardi per questo, non sono potuto arrivare per quest'altro.
Lo aveva sempre trovato curioso e, per la sua sensibilità di giapponese, incomprensibile.
Lui disse allora, ad un certo punto, che se avesse detto a tutti noi, in quel momento, che l'indomani mattina, alle cinque, si sarebbe materializzato per un momento e del tutto miracolosamente O sensei in persona, tutti avremmo fatto l'impossibile per esserci, a costo di non dormire, non tornare a casa, o avviarci tre ore prima o anche più da qualunque provenienza.
Un pò scherzava e molto era serio, come era quasi sempre lui.
Ora, al di là della storiella sui giapponesi e gli italiani, e sulla apparizione di O sensei, quello che voleva dire era che di veramente impossibile c'è molto poco, e che la frase "non posso" è una delle più abusate.
Chi vuole davvero praticare (per tornare al nostro contesto, quello nel quale la nozione di impossibilità è tra le più impropriamente richiamate) ha normalmente, e se davvero vuole, certamente la possibilità di farlo.
D'altro canto, ho visto il Maestro allenarsi e tenere stage sino all'ultimo, e soprattutto l'ho visto, oramai del tutto prostrato e divorato dalla malattia (allo stage di Natale del 2011, l'ultimo prima della morte, quando già non era assolutamente in condizione di allenarsi), presentarsi a condurre gli esami da fuori al tatami, e poi, stravolto dal dolore e dalla fatica, consegnare i diplomi ossequiando tutta la cerimonia di consegna, in seiza per almeno trenta minuti, con una dignità e decoro eccezionali.
Quell'uomo stava morendo, lo sapeva perfettamente lui e tutti quelli che gli erano intorno, e tuttavia doveva portare a termine quello che comportava il suo ruolo.
Poteva certamente delegare altri di quella consegna, ma doveva farlo lui.
Posso solo immaginare quanto gli sia costata quella cerimonia e quelle apparizioni a bordo tatami, ma quello che posso dire è che non uso quasi più l'aggettivo "impossibile".
Nè riferito a me, nè riferito agli altri, che spesso lo usano nel parlare con me.
Provo anzi fastidio nel sentire quel termine abusato e inflazionato.
Sentire "non posso perchè mi fa male il braccio", oppure "non posso perchè devo fare questa cosa", e così via.
Fate la prova della apparizione miracolosa di O sensei.
Cosa sareste disposti a fare in quel caso?
Quasi tutto, vero?
Ecco, forse quello è il limite dell'impossibilità.
Dopo di che, possiamo fare o non fare qualcosa, siamo evidentemente liberi di decidere.
Ma dipende da noi, è soltanto una scala di priorità che ci siamo dati.
E il risultato è quello che vogliamo fare, non quello che possiamo.
A presto.
Non era più da tempo il Fujimoto delle ramanzine furiose e anche un pò estreme.
Con il tempo, e poi con la malattia, era diventato molto più dolce e paterno.
Tuttavia, quei ritardatari erano anche piuttosto rumorosi nell'arrivare, e qualcuno di loro era inoltre salito di soppiatto sul tatami, fatto, questo, tendenzialmente inammissibile e irriguardoso.
Il Maestro allora si rivolse loro riprendendoli, e colse l'occasione per fare di quel momento una lezione nella lezione, una di quelle cose che rendono un Maestro tale.
Dopo averli blandamente richiamati, si rivolse a tutti noi e disse che c'era una differenza tra gli italiani e i giapponesi quando si trovano a fare tardi ad un appuntamento.
I giapponesi, disse, non si giustificano, qualsiasi cosa sia loro successa nel giungere a quell'appuntamento.
Magari, disse il Maestro, gli hanno sparato per strada, o sono stati coinvolti in un maxi tamponamento, ma se loro arrivano in ritardo, come che sia, si profondono in scuse incondizionate, perchè hanno mancato ad un impegno preso.
Perchè sia accaduto non conta niente.
Proseguì invece Fujimoto sensei raccontando che una cosa che lo aveva immediatamente colpito sin dai suoi primi tempi in Italia era la tendenza degli italiani a giustificarsi.
Ho fatto tardi per questo, non sono potuto arrivare per quest'altro.
Lo aveva sempre trovato curioso e, per la sua sensibilità di giapponese, incomprensibile.
Lui disse allora, ad un certo punto, che se avesse detto a tutti noi, in quel momento, che l'indomani mattina, alle cinque, si sarebbe materializzato per un momento e del tutto miracolosamente O sensei in persona, tutti avremmo fatto l'impossibile per esserci, a costo di non dormire, non tornare a casa, o avviarci tre ore prima o anche più da qualunque provenienza.
Un pò scherzava e molto era serio, come era quasi sempre lui.
Ora, al di là della storiella sui giapponesi e gli italiani, e sulla apparizione di O sensei, quello che voleva dire era che di veramente impossibile c'è molto poco, e che la frase "non posso" è una delle più abusate.
Chi vuole davvero praticare (per tornare al nostro contesto, quello nel quale la nozione di impossibilità è tra le più impropriamente richiamate) ha normalmente, e se davvero vuole, certamente la possibilità di farlo.
D'altro canto, ho visto il Maestro allenarsi e tenere stage sino all'ultimo, e soprattutto l'ho visto, oramai del tutto prostrato e divorato dalla malattia (allo stage di Natale del 2011, l'ultimo prima della morte, quando già non era assolutamente in condizione di allenarsi), presentarsi a condurre gli esami da fuori al tatami, e poi, stravolto dal dolore e dalla fatica, consegnare i diplomi ossequiando tutta la cerimonia di consegna, in seiza per almeno trenta minuti, con una dignità e decoro eccezionali.
Quell'uomo stava morendo, lo sapeva perfettamente lui e tutti quelli che gli erano intorno, e tuttavia doveva portare a termine quello che comportava il suo ruolo.
Poteva certamente delegare altri di quella consegna, ma doveva farlo lui.
Posso solo immaginare quanto gli sia costata quella cerimonia e quelle apparizioni a bordo tatami, ma quello che posso dire è che non uso quasi più l'aggettivo "impossibile".
Nè riferito a me, nè riferito agli altri, che spesso lo usano nel parlare con me.
Provo anzi fastidio nel sentire quel termine abusato e inflazionato.
Sentire "non posso perchè mi fa male il braccio", oppure "non posso perchè devo fare questa cosa", e così via.
Fate la prova della apparizione miracolosa di O sensei.
Cosa sareste disposti a fare in quel caso?
Quasi tutto, vero?
Ecco, forse quello è il limite dell'impossibilità.
Dopo di che, possiamo fare o non fare qualcosa, siamo evidentemente liberi di decidere.
Ma dipende da noi, è soltanto una scala di priorità che ci siamo dati.
E il risultato è quello che vogliamo fare, non quello che possiamo.
A presto.
mercoledì 25 aprile 2012
Istruttori e studenti
Chiunque si avvicini allo studio delle discipline di origine marziale, soprattutto se filtrate alla luce dell'esperienza giapponese, viene a contatto con la figura del sensei.
Più in generale, entra in un mondo che assegna a questa figura, quella dell'insegnante, un ruolo piuttosto anomalo per la sensibilità occidentale, almeno quella contemporanea.
Al sensei, difatti, quale detentore del sapere e strumento di trasmissione della conoscenza, si deve rispetto ma anche in qualche misura devozione.
Si tratta di un evidente portato della cultura cinese e confuciana in particolare, che il Giappone ha recepito con zelo e arricchito, come sempre, di propri spunti e letture originali.
Sensei, letteralmente, vuol dire "nato prima", dunque anziano, ma anche professore, o prete.
Vi sono alcune espressioni, facili ad ascoltarsi nel parlato nipponico, che rendono plasticamente questo aspetto.
Lo studente dice, ad esempio, "sensei ga osshaemashita", ovverosia "Il Maestro ha detto questo", il che in qualche modo chiude la discussione, è un argomento di pura autorità, che indica che la nostra guida, un sapiente, si è espresso, e tanto tendenzialmente, è sufficiente.
Oppure, si dice "sensei ni o makase shimashita", ovverosia "ho lasciato che giudicasse, che decidesse per me il mio Maestro".
Il verbo "makaseru", difatti, indica una fidarsi pieno e incondizionato del giudizio e delle valutazioni di qualcun altro.
Il rischio, in tale tipo di atteggiamento, è evidentemente quello di una sorta di cieca dedizione dell'allievo all'insegnante, che annulla qualsiasi spirito critico nel primo, rendendolo un entusiasta e aprioristico seguace di un altro individuo al quale ha giurato ossequio, piuttosto che chiedergli di formarlo e renderlo adulto, con tutte le conseguenze deleterie che ciò comporta.
D'altro canto, un correlativo rischio incombe sullo stesso sensei, portato a percepirsi come infallibile, adorato, e ad innamorarsi del suo status di guida incondizionata, e dunque ad insuperbirsi disastrosamente.
Eppure, il ruolo del sensei e lo stesso concetto di makaseru non sono da rifiutarsi in blocco, ma piuttosto da vivere con buon senso e intelligenza.
Occorre evitare gli aspetti deleteri di un rapporto di assoggettamento, sempre negativo, e intendere invece in maniera sana i termini del rapporto "studente-insegnante".
Il primo, appunto, deve fidarsi, o se preferite affidarsi, ma senza rinunciare ad un vaglio sanamente critico sul lavoro e sulla condotta della sua guida, senza rinunciare a pensare.
Difficile capire dove finisce un positivo e necessario affidamento e comincia la devozione acritica.
Ogni tanto, consiglierei, frequentate altri insegnanti.
Cambiate ambiente, o comunque non isolatevi.
Verificate che ciò che il sensei dice a voi di fare sia ciò che egli stesso fa.
Siate severi di fronte ad un istruttore autoritario e prepotente, accettando tuttavia un piglio deciso e il rimprovero, perchè fanno parte del rapporto docente-discente.
D'altro canto, non mettete sempre tutto in discussione.
Seguite ciò che il sensei vi chiede di fare, perchè altrimenti è impossibile trasmettere e apprendere conoscenza.
L'insegnante, poi, stia attento, anzi attentissimo, a non cadere vittima dei demoni dell'appagamento, della superbia, dell'autoritarismo.
Non innamorarsi di sè, non rendersi ridicolo scimmiottando il grande Maestro giapponese che appartiene ad un'altra cultura e sensibilità, ed è portatore di una sapienza antica e tendenzialmente irriproducibile.
Difficile fare quadrare il cerchio.
Ci vuole, appunto, buon senso, intelligenza.
Occorre, in ultima analisi, non distrarsi dallo studio della disciplina, perchè chi studia l'aikido con amore e con devozione non ha tempo di dedicarsi o dedicare tempo e risorse al culto della propria o altrui personalità.
Deve pensare alle cose serie, a imparare.
Buon allenamento a tutti.
Più in generale, entra in un mondo che assegna a questa figura, quella dell'insegnante, un ruolo piuttosto anomalo per la sensibilità occidentale, almeno quella contemporanea.
Al sensei, difatti, quale detentore del sapere e strumento di trasmissione della conoscenza, si deve rispetto ma anche in qualche misura devozione.
Si tratta di un evidente portato della cultura cinese e confuciana in particolare, che il Giappone ha recepito con zelo e arricchito, come sempre, di propri spunti e letture originali.
Sensei, letteralmente, vuol dire "nato prima", dunque anziano, ma anche professore, o prete.
Vi sono alcune espressioni, facili ad ascoltarsi nel parlato nipponico, che rendono plasticamente questo aspetto.
Lo studente dice, ad esempio, "sensei ga osshaemashita", ovverosia "Il Maestro ha detto questo", il che in qualche modo chiude la discussione, è un argomento di pura autorità, che indica che la nostra guida, un sapiente, si è espresso, e tanto tendenzialmente, è sufficiente.
Oppure, si dice "sensei ni o makase shimashita", ovverosia "ho lasciato che giudicasse, che decidesse per me il mio Maestro".
Il verbo "makaseru", difatti, indica una fidarsi pieno e incondizionato del giudizio e delle valutazioni di qualcun altro.
Il rischio, in tale tipo di atteggiamento, è evidentemente quello di una sorta di cieca dedizione dell'allievo all'insegnante, che annulla qualsiasi spirito critico nel primo, rendendolo un entusiasta e aprioristico seguace di un altro individuo al quale ha giurato ossequio, piuttosto che chiedergli di formarlo e renderlo adulto, con tutte le conseguenze deleterie che ciò comporta.
D'altro canto, un correlativo rischio incombe sullo stesso sensei, portato a percepirsi come infallibile, adorato, e ad innamorarsi del suo status di guida incondizionata, e dunque ad insuperbirsi disastrosamente.
Eppure, il ruolo del sensei e lo stesso concetto di makaseru non sono da rifiutarsi in blocco, ma piuttosto da vivere con buon senso e intelligenza.
Occorre evitare gli aspetti deleteri di un rapporto di assoggettamento, sempre negativo, e intendere invece in maniera sana i termini del rapporto "studente-insegnante".
Il primo, appunto, deve fidarsi, o se preferite affidarsi, ma senza rinunciare ad un vaglio sanamente critico sul lavoro e sulla condotta della sua guida, senza rinunciare a pensare.
Difficile capire dove finisce un positivo e necessario affidamento e comincia la devozione acritica.
Ogni tanto, consiglierei, frequentate altri insegnanti.
Cambiate ambiente, o comunque non isolatevi.
Verificate che ciò che il sensei dice a voi di fare sia ciò che egli stesso fa.
Siate severi di fronte ad un istruttore autoritario e prepotente, accettando tuttavia un piglio deciso e il rimprovero, perchè fanno parte del rapporto docente-discente.
D'altro canto, non mettete sempre tutto in discussione.
Seguite ciò che il sensei vi chiede di fare, perchè altrimenti è impossibile trasmettere e apprendere conoscenza.
L'insegnante, poi, stia attento, anzi attentissimo, a non cadere vittima dei demoni dell'appagamento, della superbia, dell'autoritarismo.
Non innamorarsi di sè, non rendersi ridicolo scimmiottando il grande Maestro giapponese che appartiene ad un'altra cultura e sensibilità, ed è portatore di una sapienza antica e tendenzialmente irriproducibile.
Difficile fare quadrare il cerchio.
Ci vuole, appunto, buon senso, intelligenza.
Occorre, in ultima analisi, non distrarsi dallo studio della disciplina, perchè chi studia l'aikido con amore e con devozione non ha tempo di dedicarsi o dedicare tempo e risorse al culto della propria o altrui personalità.
Deve pensare alle cose serie, a imparare.
Buon allenamento a tutti.
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