In queste ore, tra oggi (Pasqua) e domani (pasquetta), si stanno svolgendo gli esami a Roma, officiati dall'ultimo Maestro tra quelli originariamente stanziati in Italia, ossia Tada Sensei.
L'approccio all'esame, soprattutto quando i livelli diventano più elevati, è uno dei nodi della pratica.
Gli aikidoisti si dividono, generalmente, tra coloro che non vedono l'ora di sottoporsi a quella prova, e quelli che invece lo rifuggono.
I primi, spesso, sono mossi da un divorante desiderio di vedersi riconosciuti, dalla comunità di praticanti, come persone che spiccano, si distinguono, desiderio di solito accompagnato da una inconfessata volontà di primazia e sovraordinazione quasi gerarchica.
I secondi, al contrario, sostengono di solito di essere disinteressati al progresso nei gradi, e di ritenere puerile un momento come quello dell'esame e del "passaggio di categoria", rivendicando un'etica superiore, vagamente zen, che li porta a non mostrare attaccamento nella umana gloria o vanagloria.
Le cose, mi pare, stanno in un altro modo.
Non credo si debba anelare all'esame, perchè esso, evidentemente, non è che una verifica della preparazione raggiunta, un riscontro ad un lavoro che si è svolto, o che al contrario non è stato sufficentemente assiduo e generoso (chi arde dal desiderio di fare l'esame, spesso, non si è mai sottoposto ad esami sufficientemente duri e severi).
Allo stesso modo, sostenere un esame costituisce un momento importante, sempre che sia un esame serio e apprezzabilmente probante, per la stessa ragione.
Nell'aikido, come è noto, non si combatte, e dunque manca (correttamente, per ragioni etiche e direi pratiche) il momento dello scontro al fine di verificare la nostra abilità.
L'esame è, in questo senso, un surrogato del combattimento.
Non lottiamo, evidentemente, contro qualcuno, ma contro di noi, la fatica, le mancanze conoscitive, le nostre assenze dagli allenamenti e la nostra pigrizia.
Nell'esame dobbiamo dare il massimo, ma questo prima e durante la verifica.
Farsi esaminare vuol dire prepararsi duramente, non risparmiarsi, vincere i demoni che sono in agguato in ogni momento della nostra vita, aikidoistica e non.
L'appagamento, la superbia, sentimenti questi che una pratica come quella aikidoistica rischia di alimentare (per il contesto e le modalità in cui si svolge) e che possono dominare la nostra psiche durante la pratica, vengono distrutti da un approccio serio e sereno all'esame, al quale dovremmo avvicinarci accettando anche l'eventualità di una bocciatura, di un fallimento.
Il valore di un aikidoista si vede anche da come affronta e vive il momento dell'esame.
E' quello il nostro combattimento, il "tempo del coraggio e del valore".
Dunque, bisogna che sia un evento duro, serio, faticoso, direi rischioso, quanto duro, faticoso e rischioso può essere un combattimento.
E' necessario allora prepararsi intensamente, senza risparmiarsi, e ciò sempre e non solo, come fa qualcuno, nei mesi o nelle settimane immediatamente precedenti la verifica.
Occorre fare l'esame possibilmente al di fuori della propria palestra, e con un insegnante esterno diverso dal proprio sensei, perchè sia un momento nel quale legami e aspettative reciproche tra esaminatore ed esaminato non interferiscano nella valutazione.
Occorre, inoltre (come ci rammentava sempre il Maestro Fujimoto), almeno per gli esami dan, che la prova giunga all'esito di un percorso nel quale si è seguito il Maestro presso il quale ci si reca per l'esame, in modo da consentire a quello di verificare se nel tempo, e dall'ultimo esame, siamo progrediti e cresciuti nel livello aikidoistico o siamo al contrario rimasti fermi, immobili nella nostra conoscenza.
In quest'ultimo caso, vuol dire che il nostro cammino (do) si è arrestato, e coerentemente dovrebbe derivarne la bocciatura, perchè siamo evidentemente entrati in una fase di stallo e non abbiamo fatto il necessario, nel prepararci, per superare questo stato di cose.
Il mio consiglio è di condurre una attenta preparazione atletica, per rimanere il più possibile lucidi quando arriverà la fatica.
Accompagnare questo indeispensabile stadio ad un approfondito studio tecnico, che ci dia la necessaria padronanza dei waza che ci verrà richiesto di eseguire.
Per fare questo bisogna allenarsi non soltanto nelle ore di lezione, ma anche dopo, quando la lezione è finita, pensando e ripensando alle tecniche e ai movimenti, per rielaborare quanto si è fatto e talvolta comprendere ciò che sul tatami non siamo riusciti ad afferrare.
Infine, è indispensabile un approccio mentale sereno e determinato, che sia quello di chi fa di tutto per superare la prova ma accetta anche la possibilità che qualcosa vada storto, e che a torto o a ragione l'esaminatore ci chieda di tornare, e fare meglio.
Se questo sarà il nostro atteggiamento verso l'esame, avremo vissuto, naturalmente in maniera incruenta, tutto il microcosmo del guerriero che si prepara al combattimento e lo affronta con coraggio ed onore.
All'esame, come al combattimento, non si anela, ma neppure lo si rifugge.
Al momento in cui si deve fare, bisogna combattere.
Non si è contenti, ma va fatto.
Questo, a mio giudizio, è l'atteggiamento corretto verso l'esame, il nostro combattimento.
Buona Pasqua.
L'Aikikai d'Italia
L'Aikido a Foggia
L'Aikido a Foggia
domenica 8 aprile 2012
sabato 17 marzo 2012
Aikido e cultura giapponese
Tra le tante ragioni che mi portarono, alcuni anni fa, ad avvicinarmi al maestro Fujimoto, vi fu senza dubbio il modo in cui praticava e insegnava le tecniche.
Mi trovai, per la prima volta e pure dopo molti anni di attività, a vedere nella tecnica molto più che una semplice combinazione di movimenti, ma un certo modo di penetrare la cultura giapponese.
Si, perchè a mio giudizio il Maestro e la sua didattica erano l'essenza stessa di quella cultura, così poco incline alla astrazione e alla teoria complessa, queste ultime forse più affini al pensiero occidentale o indiano e cinese.
Il giapponese, per come mi è sembrato di capire, ha certamente una sua teoria etica, ma non la esterna altrimenti che nel modo in cui fa le cose, anche le più apparentemente semplici e banali.
Quella cultura, mi pare, esprime la sua etica e la sua idea dello stare al mondo nel curare nei minimi dettagli ogni singolo gesto, nel tentativo di renderlo unico e irripetibile, qualunque esso sia.
Un saluto, allora, non è solo un gesto del corpo, ma va fatto con attenzione e cura, come se fosse la cosa più importante che ci si chieda di fare, perchè in effetti, in quel momento, è così.
Spesso i viaggiatori che hanno visitato il Giappone hanno ad esempio riferito della dedizione estrema che i giapponesi mettono nel fare un regalo, ma che nella cultura di quel popolo non è indirizzata a donare un oggetto particolarmente ricercato e prezioso, ma nel confezionrlo in un pacchetto complesso e il più bello possibile, essendo appunto del tutto secondario cosa poi in quel pacchetto vi sia.
Il regalo, in sostanza, consiste più che altro nel tempo che ho impiegato per te, nell'impacchettarlo con cura e cercando di renderlo bellissimo, piuttosto che nel dono propriamente detto.
Ebbene, a mio giudizio l'aikido del Maestro Fujimoto era appunto questo.
Era perfetto, bellissimo e razionale, esteticamente stupefacente, e le tecniche, era questo ciò che a mio giudizio voleva trasmettere, andavano fatte in maniera precisissima, attenta, senza tralasciare alcun aspetto, perchè è quello il modo in cui i giapponesi fanno tutte le cose.
Ecco, il Maestro era in questo senso il più giapponese degli shihan, e mi ha fatto entrare, attraverso il suo aikido, nella cultura del suo paese molto più di mille trattati sullo shinto e sulla tradizione nipponica, dei quali altri si prodigano in citazioni.
L'etica di quel paese è fondamentalmente semplice, ed è questa.
Rendete ogni momento della vostra vita irripetibile,e fatelo dedicando ad ogni momento di essa la stessa attenzione, cura e amore che mettereste ove non aveste altre occasioni per farlo, perchè, da questo punto di vista, non c'è un prima e un dopo, ma solo l'irripetibilità di quel momento.
Fate lo stesso, se davvero volete comprendere attraverso l'aikido la cultura tradizionale giapponese, con le tecniche.
Non inseguite grandi teorie, o costruzioni astratte e figurate, perchè non sono quelle l'essenza del Giappone.
Non pretendete di trovare l'illuminazione cui faceva riferimento O sensei nella teoria, ma in una pratica accuratissima e attenta, e in ogni singolo momento di essa, in ciascuna tecnica che vi accingete a mettere in atto.
Rendete il vostro aikido, ma ogni cosa che fate, la più perfetta possibile, e tutto avrà senso.
Questa, tra le tantissime cose che hanno reso magnifica la presenza del Maestro, mi sembra la più importante.
A presto.
Mi trovai, per la prima volta e pure dopo molti anni di attività, a vedere nella tecnica molto più che una semplice combinazione di movimenti, ma un certo modo di penetrare la cultura giapponese.
Si, perchè a mio giudizio il Maestro e la sua didattica erano l'essenza stessa di quella cultura, così poco incline alla astrazione e alla teoria complessa, queste ultime forse più affini al pensiero occidentale o indiano e cinese.
Il giapponese, per come mi è sembrato di capire, ha certamente una sua teoria etica, ma non la esterna altrimenti che nel modo in cui fa le cose, anche le più apparentemente semplici e banali.
Quella cultura, mi pare, esprime la sua etica e la sua idea dello stare al mondo nel curare nei minimi dettagli ogni singolo gesto, nel tentativo di renderlo unico e irripetibile, qualunque esso sia.
Un saluto, allora, non è solo un gesto del corpo, ma va fatto con attenzione e cura, come se fosse la cosa più importante che ci si chieda di fare, perchè in effetti, in quel momento, è così.
Spesso i viaggiatori che hanno visitato il Giappone hanno ad esempio riferito della dedizione estrema che i giapponesi mettono nel fare un regalo, ma che nella cultura di quel popolo non è indirizzata a donare un oggetto particolarmente ricercato e prezioso, ma nel confezionrlo in un pacchetto complesso e il più bello possibile, essendo appunto del tutto secondario cosa poi in quel pacchetto vi sia.
Il regalo, in sostanza, consiste più che altro nel tempo che ho impiegato per te, nell'impacchettarlo con cura e cercando di renderlo bellissimo, piuttosto che nel dono propriamente detto.
Ebbene, a mio giudizio l'aikido del Maestro Fujimoto era appunto questo.
Era perfetto, bellissimo e razionale, esteticamente stupefacente, e le tecniche, era questo ciò che a mio giudizio voleva trasmettere, andavano fatte in maniera precisissima, attenta, senza tralasciare alcun aspetto, perchè è quello il modo in cui i giapponesi fanno tutte le cose.
Ecco, il Maestro era in questo senso il più giapponese degli shihan, e mi ha fatto entrare, attraverso il suo aikido, nella cultura del suo paese molto più di mille trattati sullo shinto e sulla tradizione nipponica, dei quali altri si prodigano in citazioni.
L'etica di quel paese è fondamentalmente semplice, ed è questa.
Rendete ogni momento della vostra vita irripetibile,e fatelo dedicando ad ogni momento di essa la stessa attenzione, cura e amore che mettereste ove non aveste altre occasioni per farlo, perchè, da questo punto di vista, non c'è un prima e un dopo, ma solo l'irripetibilità di quel momento.
Fate lo stesso, se davvero volete comprendere attraverso l'aikido la cultura tradizionale giapponese, con le tecniche.
Non inseguite grandi teorie, o costruzioni astratte e figurate, perchè non sono quelle l'essenza del Giappone.
Non pretendete di trovare l'illuminazione cui faceva riferimento O sensei nella teoria, ma in una pratica accuratissima e attenta, e in ogni singolo momento di essa, in ciascuna tecnica che vi accingete a mettere in atto.
Rendete il vostro aikido, ma ogni cosa che fate, la più perfetta possibile, e tutto avrà senso.
Questa, tra le tantissime cose che hanno reso magnifica la presenza del Maestro, mi sembra la più importante.
A presto.
lunedì 20 febbraio 2012
La morte del Maestro
E così, è successo.
Non c'è più.
Ero certo che quando non avesse più potuto praticare, sarebbe finito tutto, e dunque non sono stupito.
Adesso non ho molto da dire, ho la gola serrata, e poi non mi è mai capitato di scrivere un necrologio.
Al momento ho solo voglia di ringraziarlo, per tutto ciò che mi ha dato.
Per la sua incredibile sapienza, umanità, amore per l'aikido.
Per i sorrisi che accoglievano chi veniva da lontano per seguirlo, e le sue domande curiose, su come andavano le cose al dojo, e a Foggia in genere.
Ma una volta parlammo anche di politica giapponese...
Gli devo, ritengo, tutto.
Diceva spesso che i suoi allievi avevano preso i suoi difetti, e gliene dispiaceva.
Voglio credere che con me non sia successo.
Sono certo di avere visto tutti, davvero tutti i suoi pregi.
Sono cresciuto in questi anni come uomo, e come aikidoista, sotto la guida attenta, e amorevole, di quello che è, a mio giudizio, il più grande di tutti i tempi.
Addio Maestro.
Per sempre riconoscente,
"Foggia".
Non c'è più.
Ero certo che quando non avesse più potuto praticare, sarebbe finito tutto, e dunque non sono stupito.
Adesso non ho molto da dire, ho la gola serrata, e poi non mi è mai capitato di scrivere un necrologio.
Al momento ho solo voglia di ringraziarlo, per tutto ciò che mi ha dato.
Per la sua incredibile sapienza, umanità, amore per l'aikido.
Per i sorrisi che accoglievano chi veniva da lontano per seguirlo, e le sue domande curiose, su come andavano le cose al dojo, e a Foggia in genere.
Ma una volta parlammo anche di politica giapponese...
Gli devo, ritengo, tutto.
Diceva spesso che i suoi allievi avevano preso i suoi difetti, e gliene dispiaceva.
Voglio credere che con me non sia successo.
Sono certo di avere visto tutti, davvero tutti i suoi pregi.
Sono cresciuto in questi anni come uomo, e come aikidoista, sotto la guida attenta, e amorevole, di quello che è, a mio giudizio, il più grande di tutti i tempi.
Addio Maestro.
Per sempre riconoscente,
"Foggia".
sabato 11 febbraio 2012
Aikido come percorso di vita
Qualche anno fa partecipai ad uno stage a Roma, organizzato da una associazione "sorella" dell'Aikikai, la Aiko, diretto dai maestri Tamura e Yamada.
Tamura l'ho poi rivisto in una sola altra occasione, l'anno successivo.
Era già vecchio e malato, e così il suo aikido era ovviamente quello di un anziano, inevitabilmente molto statico e in gran parte imperniato sull'esperienza acquisita piuttosto che sul dinamismo.
Ricordo dunque soprattutto di questo grande shihan (scomparso l'estate scorsa) una spropositata gentilezza, un sorriso pieno di disponibilità e amore per la vita, e qualche frase che mi colpì moltissimo.
Nulla di straordinario, a pensarci, ma l'effetto fascinatorio era proprio nel sentire pronunciare quelle parole da un uomo che era consapevole di essere ormai prossimo alla fine della sua vita, dopo settant'anni passati sui tatami di mezzo mondo.
Un uomo che aveva praticato sotto la guida di O sensei, era stato giovane e forte, aveva lasciato il suo paese per diffondere l'aikido, aveva realizzato quell'obiettivo, era invecchiato insegnando aikido, e ora si accingeva ad abbandonare tutto.
Sorrideva spesso, e quando parlava diceva cose semplici e tuttavia profondissime.
Erano piccole frasi, frammenti di vita che avevano tutto il fascino di una esperienza antica e profondissima.
Comunque, quello che mi fece molta impressione fu quello che disse ad un certo punto, nella pausa tra una tecnica e un'altra.
Tamura sensei disse che i praticanti di aikido, lui disse qualcosa come "noi praticanti", appena arrivano in una città nuova hanno come primo pensiero quello di cercare un dojo presso cui praticare, e poi aggiunse, con un bel sorriso, "e se non lo troviamo siamo molto tristi".
Ripeto, letta così non è poi molto poetica, e invece vi assicuro che lo fu, pronunciata in quel contesto e da quell'uomo.
Pensai che aveva ragione, era esattamente così.
Mi viene spesso in mente perchè provai un senso di condivisione immediato, ebbi la sensazione che la comunità degli aikidoisti esiste, e se dovessi definirla lo farei proprio così, intendendola come composta da tutti quelli che quando si recano in un posto hanno come primo pensiero dove poter praticare, e che se non lo trovano si intristiscono.
Mi viene in mente perchè, ascoltando quelle parole, dette da un grande Maestro malato, ebbi la nettissima sensazione che il suo più grande cruccio, sul punto di morire, fosse quello di non potere più praticare.
Chissà, forse è un sciocchezza, ma è quello che pensai, e mi fece enorme impressione.
Questo lo dico perchè spesso sprechiamo tempo, pensando sempre che ci saranno altre occasioni.
Quello che non ho fatto oggi lo potrò certamente fare domani.
Io credo che non sia così, e penso che dovremmo fare il possibile, sempre, per rendere irripetibile ogni momento del nostro vivere (ichi go ichi e).
Sotto il profilo aikidoistico, questo vuol dire impegnarsi sempre e in ogni occasione per migliorarsi, crescere.
Questa ricerca continua è il migliore antidoto alla noia, il migliore dei modi per sconfiggere il demone dell'appagamento.
L'aikido, per definizione, è un percorso di vita.
Questo non per dare una connotazione para religiosa alla pratica, e chi mi conosce sa che sono assolutamente alieno da queste tentazioni, come persona e insegnante.
E' tuttavia sicuramente un cammino, di autoperfezionamento continuo, incessante, inevitabilmente destinato a non trovare conclusione se non con la nostra morte.
Non si può fare seriamente fermandosi continuamente, praticando sporadicamente e in maniera distratta e svogliata.
Che ne valga la pena, ne sono certo.
Guardando gli occhi, il sorriso e le ascoltando le parole di Tamura shihan quel giorno, ne ho avuto la certezza.
A presto, e buon allenamento.
Tamura l'ho poi rivisto in una sola altra occasione, l'anno successivo.
Era già vecchio e malato, e così il suo aikido era ovviamente quello di un anziano, inevitabilmente molto statico e in gran parte imperniato sull'esperienza acquisita piuttosto che sul dinamismo.
Ricordo dunque soprattutto di questo grande shihan (scomparso l'estate scorsa) una spropositata gentilezza, un sorriso pieno di disponibilità e amore per la vita, e qualche frase che mi colpì moltissimo.
Nulla di straordinario, a pensarci, ma l'effetto fascinatorio era proprio nel sentire pronunciare quelle parole da un uomo che era consapevole di essere ormai prossimo alla fine della sua vita, dopo settant'anni passati sui tatami di mezzo mondo.
Un uomo che aveva praticato sotto la guida di O sensei, era stato giovane e forte, aveva lasciato il suo paese per diffondere l'aikido, aveva realizzato quell'obiettivo, era invecchiato insegnando aikido, e ora si accingeva ad abbandonare tutto.
Sorrideva spesso, e quando parlava diceva cose semplici e tuttavia profondissime.
Erano piccole frasi, frammenti di vita che avevano tutto il fascino di una esperienza antica e profondissima.
Comunque, quello che mi fece molta impressione fu quello che disse ad un certo punto, nella pausa tra una tecnica e un'altra.
Tamura sensei disse che i praticanti di aikido, lui disse qualcosa come "noi praticanti", appena arrivano in una città nuova hanno come primo pensiero quello di cercare un dojo presso cui praticare, e poi aggiunse, con un bel sorriso, "e se non lo troviamo siamo molto tristi".
Ripeto, letta così non è poi molto poetica, e invece vi assicuro che lo fu, pronunciata in quel contesto e da quell'uomo.
Pensai che aveva ragione, era esattamente così.
Mi viene spesso in mente perchè provai un senso di condivisione immediato, ebbi la sensazione che la comunità degli aikidoisti esiste, e se dovessi definirla lo farei proprio così, intendendola come composta da tutti quelli che quando si recano in un posto hanno come primo pensiero dove poter praticare, e che se non lo trovano si intristiscono.
Mi viene in mente perchè, ascoltando quelle parole, dette da un grande Maestro malato, ebbi la nettissima sensazione che il suo più grande cruccio, sul punto di morire, fosse quello di non potere più praticare.
Chissà, forse è un sciocchezza, ma è quello che pensai, e mi fece enorme impressione.
Questo lo dico perchè spesso sprechiamo tempo, pensando sempre che ci saranno altre occasioni.
Quello che non ho fatto oggi lo potrò certamente fare domani.
Io credo che non sia così, e penso che dovremmo fare il possibile, sempre, per rendere irripetibile ogni momento del nostro vivere (ichi go ichi e).
Sotto il profilo aikidoistico, questo vuol dire impegnarsi sempre e in ogni occasione per migliorarsi, crescere.
Questa ricerca continua è il migliore antidoto alla noia, il migliore dei modi per sconfiggere il demone dell'appagamento.
L'aikido, per definizione, è un percorso di vita.
Questo non per dare una connotazione para religiosa alla pratica, e chi mi conosce sa che sono assolutamente alieno da queste tentazioni, come persona e insegnante.
E' tuttavia sicuramente un cammino, di autoperfezionamento continuo, incessante, inevitabilmente destinato a non trovare conclusione se non con la nostra morte.
Non si può fare seriamente fermandosi continuamente, praticando sporadicamente e in maniera distratta e svogliata.
Che ne valga la pena, ne sono certo.
Guardando gli occhi, il sorriso e le ascoltando le parole di Tamura shihan quel giorno, ne ho avuto la certezza.
A presto, e buon allenamento.
venerdì 3 febbraio 2012
Il raduno con Daniele Montenegro sensei
Annunciato da segnali premonitori niente affatto incoraggianti (il blocco dei tir e l'arrivo della arcinota perturbazione siberiana), si è tenuto a Foggia, il 28 e 29 gennaio, il previsto raduno con Sensei Montenegro.
Si è trattato di uno stage, a mio giudizio, bellissimo.
L'istruttore è molto più che bravo, e la fedeltà ai principi e alle direttive dell'aikido del Maestro Fujimoto è stata impressionante.
E' perfettamente evidente e addirittura palpabile, nel seguire le movenze e la didattica di Montenegro, la straordinaria mole di informazioni che questo ragazzo di neppure trent'anni è stato in grado di acquisire nel decennio nel quale è stato uke e asssitente di Fujimoto Shihan.
Era quello che speravo che fosse, un interprete eccezionalmente credibile del pensiero aikidoistico del Maestro.
Devo confessarlo, ha per quanto mi riguarda superato ogni mia più rosea e ottimistica previsione.
Quanto al contenuto del raduno, stante la assoluta prevalenza di principianti, le lezioni hanno avuto ad oggetto, soprattutto il primo giorno, le tecniche base che costituiscono il programma di esame di sesto Kyu, eseguite tuttavia con la tipica precisione e scientificità propria del Maestro, e dunque con una attenzione impressionante ad ogni dettaglio e aspetto, dalla corretta postura del corpo alla giusta distanza, dal lavoro di te sabaki alle regole di un buon equilibrio e centralizzazione.
Nel secondo giorno la lezione è stata dedicata anche ai più avanzati, con studio di tecniche da katateryotetori e ushiroryotetori.
Ampie e articolate riflessioni e direttive sono state ovviamente dedicate all'atteggiamento di uke, sul quale chi scrive si prodiga spesso in spiegazioni nel corso delle lezioni, ma che sensei Montenegro sa rendere in maniera particolarmente efficace (te ne accorgi quando gli allievi vengono a dirti di avere compreso qualcosa che tu pensi di avere spiegato loro almeno un centinaio di volte, e te lo dicono con l'aria di chi dice: ma tu lo sapevi?).
Insomma, davvero tutti entusiasti, ed io per primo.
Credo proprio che prenderò a recarmi qualche volta a Milano per seguire qualche altro raduno o lezione di questo straordinario istruttore.
Ovviamente lo inviterò anche l'anno prossimo.
Il mio auspicio è che a questi appuntamenti affluiscano sempre più persone.
Consiglio vivamente anche a chi è molto esperto di frequentare Montenegro, nel caso in cui cerchi Fujimoto, il suo aikido, la sua impressionante didattica, perchè questo insegnante è davvero quello che più vi si avvicina.
Grazie a chi è venuto.
Chi non c'era, mi permetto di dirlo, ha perso l'ennesima buona occasione per una pratica superiore, nella propria città o a pochi chilometri da casa.
Pazienza.
A presto.
Si è trattato di uno stage, a mio giudizio, bellissimo.
L'istruttore è molto più che bravo, e la fedeltà ai principi e alle direttive dell'aikido del Maestro Fujimoto è stata impressionante.
E' perfettamente evidente e addirittura palpabile, nel seguire le movenze e la didattica di Montenegro, la straordinaria mole di informazioni che questo ragazzo di neppure trent'anni è stato in grado di acquisire nel decennio nel quale è stato uke e asssitente di Fujimoto Shihan.
Era quello che speravo che fosse, un interprete eccezionalmente credibile del pensiero aikidoistico del Maestro.
Devo confessarlo, ha per quanto mi riguarda superato ogni mia più rosea e ottimistica previsione.
Quanto al contenuto del raduno, stante la assoluta prevalenza di principianti, le lezioni hanno avuto ad oggetto, soprattutto il primo giorno, le tecniche base che costituiscono il programma di esame di sesto Kyu, eseguite tuttavia con la tipica precisione e scientificità propria del Maestro, e dunque con una attenzione impressionante ad ogni dettaglio e aspetto, dalla corretta postura del corpo alla giusta distanza, dal lavoro di te sabaki alle regole di un buon equilibrio e centralizzazione.
Nel secondo giorno la lezione è stata dedicata anche ai più avanzati, con studio di tecniche da katateryotetori e ushiroryotetori.
Ampie e articolate riflessioni e direttive sono state ovviamente dedicate all'atteggiamento di uke, sul quale chi scrive si prodiga spesso in spiegazioni nel corso delle lezioni, ma che sensei Montenegro sa rendere in maniera particolarmente efficace (te ne accorgi quando gli allievi vengono a dirti di avere compreso qualcosa che tu pensi di avere spiegato loro almeno un centinaio di volte, e te lo dicono con l'aria di chi dice: ma tu lo sapevi?).
Insomma, davvero tutti entusiasti, ed io per primo.
Credo proprio che prenderò a recarmi qualche volta a Milano per seguire qualche altro raduno o lezione di questo straordinario istruttore.
Ovviamente lo inviterò anche l'anno prossimo.
Il mio auspicio è che a questi appuntamenti affluiscano sempre più persone.
Consiglio vivamente anche a chi è molto esperto di frequentare Montenegro, nel caso in cui cerchi Fujimoto, il suo aikido, la sua impressionante didattica, perchè questo insegnante è davvero quello che più vi si avvicina.
Grazie a chi è venuto.
Chi non c'era, mi permetto di dirlo, ha perso l'ennesima buona occasione per una pratica superiore, nella propria città o a pochi chilometri da casa.
Pazienza.
A presto.
venerdì 27 gennaio 2012
Brevissime:stage con sensei Montenegro
Vi ricordo, soprattutto aikidoisti foggiani,
che sabato e domenica, alla Taralli, si terrà lo stage con un bravissimo istruttore di Milano, Daniele Montenegro, giovane quarto dan dell'aikikai d'Italia.
Raccomando a tutti coloro i quali fanno parte di club di aikido foggiani, o dei dintorni, di accorrere numerosi, perchè sarebbe importante che questi appuntamenti venissero sentiti da tutti noi come momenti nei quali l'aikido foggiano si mette in gioco, e fosse possibile dunque permettere che abbiano successo.
Inoltre lo sciopero dei tir, e le difficoltà di reperire carburante e in generale viaggiare, potrebbero costituire un problema per chi volesse venire da fuori, cosicchè dovremo essere noi a riempire gli eventuali spazi vuoti.
Vi aspetto, allora, e spero che saremo all'altezza.
Per ogni chiarimento, contattatemi pure.
Altrimenti, ci vediamo alla palestra Taralli, nelle sale dove si fa Judo, e dunque al piano inferiore della struttura.
Sabato dalle 18.00, e domenica dalle 09.30 (la locandina è sul sito dell'aikikai d'Italia).
Portate bokken, jo e tanto. Se non le avete, fatemi uno squillo.
A presto, Luca.
che sabato e domenica, alla Taralli, si terrà lo stage con un bravissimo istruttore di Milano, Daniele Montenegro, giovane quarto dan dell'aikikai d'Italia.
Raccomando a tutti coloro i quali fanno parte di club di aikido foggiani, o dei dintorni, di accorrere numerosi, perchè sarebbe importante che questi appuntamenti venissero sentiti da tutti noi come momenti nei quali l'aikido foggiano si mette in gioco, e fosse possibile dunque permettere che abbiano successo.
Inoltre lo sciopero dei tir, e le difficoltà di reperire carburante e in generale viaggiare, potrebbero costituire un problema per chi volesse venire da fuori, cosicchè dovremo essere noi a riempire gli eventuali spazi vuoti.
Vi aspetto, allora, e spero che saremo all'altezza.
Per ogni chiarimento, contattatemi pure.
Altrimenti, ci vediamo alla palestra Taralli, nelle sale dove si fa Judo, e dunque al piano inferiore della struttura.
Sabato dalle 18.00, e domenica dalle 09.30 (la locandina è sul sito dell'aikikai d'Italia).
Portate bokken, jo e tanto. Se non le avete, fatemi uno squillo.
A presto, Luca.
sabato 7 gennaio 2012
Stage di Natale 2011
Come di consueto, anche quest'anno si è tenuto tra il 26 e il 30 dicembre il tradizionale "stage di Natale" organizzato dall'Aikikai di Milano.
Le lezioni non sono state dirette dal Maestro Fujimoto, febbricitante, ma dai suoi assistenti più alti in grado, e che lo sostituiscono spesso anche negli stage organizzati all'estero, ovverosia i sensei Foglietta e Travaglini.
I due insegnanti si sono alternati nelle lezioni, sia pure in esecuzione delle direttive che il Maestro Fujimoto impartiva loro.
Il leit motif dello stage è stato stavolta Ikkyo Undo, ossia l'esercizio che sostanzialmente riproduce la "parata" che si effettua di fronte all'attacco di shomenuchi quando si intenda eseguire appunto ikkyo.
Si tratta come è noto di uno dei classici movimenti volti a sviluppare la tanto agognata centralizzazione dell'energia, ossia quella condizione di assoluto equilibrio che dovrebbe caratterizzare l'aikidoista esperto, il quale dovrebbe cioè essere sempre in grado, nella esecuzione delle tecniche e in ogni momento di ogni suo spostamento di ripristinare il suo centro ottimale, riposizionando istantaneamente il suo seika no tanden e conseguentemente l'equilibrio tutto nel momento stesso in cui compie qualsiasi movimento del corpo.
Nella attenzione del Maestro Fujimoto verso questa tipologia di esercizi si rinviene, a mio giudizio, tutto l'influsso che su di lui ha avuto il Maestro Tohei, suo originario istruttore sia pure per poco tempo, influsso che invece mi sembra nella esecuzione delle tecniche molto più sfumato.
Molta enfasi allora è stata data da un lato alla posizione delle mani, e alla funzione del mignolo, che deve essere attivo, erto, quasi che sia quel dito a chiudere il cerchio e trasmettere quella condizione di "mano inflessibile" che l'esercizio tenta di ricreare.
Dall'altro, l'attenzione è stata posta sullo spostamento del peso, vera e propria chiave del mantenimento dell'equilibrio, che se correttamente addestrato consente il controllo del partner e di evitare che la dinamica ci porti, nel momento della esecuzione della tecnica, a smarrire la nostra stabilità.
Questi concetti sono stati applicati su attacchi di ogni genere, realizzando prevalentemente le tecniche base di ikkyo ( e derivate, in particolare nikkyo e sankyo).
E così ad esempio, se uke attacca in yokomen uchi, l'atteggiamento delle mani e del mignolo in particolare deve trasmettere inflessibilità, energia attiva, perchè sono entrambe le mani che instaurano il contatto che consentirà di convogliare dove noi vogliamo l'energia che da esso si sprigiona. Allo stesso tempo, nella esecuzione del movimento di uscita, che sia interno o esterno, analogamente a quanto facciamo in ikkyo undo dobbiamo cercare di mantenere nelle varie fasi dell'evasione una condizione di assoluto equilibrio che lo spostamento del peso sull'uno o sull'altro piede ci deve consentire di stabilire e non perdere, senza che il vortice che dovremmo essere riusciti a creare e nel quale abbiamo lanciato uke finisca per risucchiarci.
Prendiamo ad esempio il caso di yokomen uchi ikkyo ura, nella forma nella quale reagiamo all'attacco quasi avanzando diagonalmente verso uke, lavorando sul suo braccio e sbilanciandolo con un movimento appunto diagonale e verso il suo lato.
Se mandiamo uke e la sua mano verso il suo angolo laterale, e dunque verso dietro e in basso, dobbiamo essere in grado, se vogliamo mantenere il contatto con il partner e piazzare la tecnica, di seguirlo con un passo, in modo da stabilire la giusta distanza per eseguire la leva.
Tuttavia, se non avremo sviluppato bene il senso del nostro equilibrio, e non saremo addestrati bene nello spostamento di peso, ci sarà impossibile farlo correttamente, perchè finiremo trascinati nel lancio che noi stessi abbiamo innescato.
Esempi se ne potrebbero fare altri.
Anche in irmi nage, ad esempio, noi generiamo una grossa forza verso il basso e verso le nostre spalle.
Tori difatti lancia uke con tutto il suo peso, generando un vortice di energia dal quale, se non è ben stabilizzato, rischia di essere travolto.
Se allora avremo lavorato bene sullo spostamento del peso, saremo in grado pure in quell'avvitamento dinamico di controllare uke, senza ruzzolare a terra con lui.
Negli ultimi anni, il Maestro Fujimoto pretende soprattutto la forma di irimi nage nella quale ad uke non si fa compiere un avvitamento completo, dovendo invece tori, attraverso un cambio del proprio peso, e mantenendo sempre il proprio centro, controllare il partner e il suo movimento, entrando solo successivamente con irimi o con tenkan.
Quando io ho fatto a Laces gli esami di terzo dan, e anche l'anno precedente, Fujimoto sensei avvertiva espressamente che senza quella forma "non c'è esame". In altre parole, chi non fosse stato in grado di eseguire quel controllo, non possedeva la padronanza del proprio equilibrio, e dunque non poteva conseguire il grado superiore.
Quell'irimi nage, a pensarci bene, è una chiara applicazione di un buon ikkyo undo.
Lo stage è stato ovviamente tante cose, ma diciamo che questo a mio giudizio era il messaggio di fondo.
E' stato, come sempre si dovrebbe fare nei raduni seri, uno stage di studio e di approfondimento.
Eravamo in tanti, e la delusione di non potere praticare sotto la guida del Maestro, pure inevitabile, non ha impedito di essere concentrati e attenti.
Spero di avere reso, almeno in minima parte, quello che credo volesse essere il tema che il Maestro voleva approfondire.
A presto.
Le lezioni non sono state dirette dal Maestro Fujimoto, febbricitante, ma dai suoi assistenti più alti in grado, e che lo sostituiscono spesso anche negli stage organizzati all'estero, ovverosia i sensei Foglietta e Travaglini.
I due insegnanti si sono alternati nelle lezioni, sia pure in esecuzione delle direttive che il Maestro Fujimoto impartiva loro.
Il leit motif dello stage è stato stavolta Ikkyo Undo, ossia l'esercizio che sostanzialmente riproduce la "parata" che si effettua di fronte all'attacco di shomenuchi quando si intenda eseguire appunto ikkyo.
Si tratta come è noto di uno dei classici movimenti volti a sviluppare la tanto agognata centralizzazione dell'energia, ossia quella condizione di assoluto equilibrio che dovrebbe caratterizzare l'aikidoista esperto, il quale dovrebbe cioè essere sempre in grado, nella esecuzione delle tecniche e in ogni momento di ogni suo spostamento di ripristinare il suo centro ottimale, riposizionando istantaneamente il suo seika no tanden e conseguentemente l'equilibrio tutto nel momento stesso in cui compie qualsiasi movimento del corpo.
Nella attenzione del Maestro Fujimoto verso questa tipologia di esercizi si rinviene, a mio giudizio, tutto l'influsso che su di lui ha avuto il Maestro Tohei, suo originario istruttore sia pure per poco tempo, influsso che invece mi sembra nella esecuzione delle tecniche molto più sfumato.
Molta enfasi allora è stata data da un lato alla posizione delle mani, e alla funzione del mignolo, che deve essere attivo, erto, quasi che sia quel dito a chiudere il cerchio e trasmettere quella condizione di "mano inflessibile" che l'esercizio tenta di ricreare.
Dall'altro, l'attenzione è stata posta sullo spostamento del peso, vera e propria chiave del mantenimento dell'equilibrio, che se correttamente addestrato consente il controllo del partner e di evitare che la dinamica ci porti, nel momento della esecuzione della tecnica, a smarrire la nostra stabilità.
Questi concetti sono stati applicati su attacchi di ogni genere, realizzando prevalentemente le tecniche base di ikkyo ( e derivate, in particolare nikkyo e sankyo).
E così ad esempio, se uke attacca in yokomen uchi, l'atteggiamento delle mani e del mignolo in particolare deve trasmettere inflessibilità, energia attiva, perchè sono entrambe le mani che instaurano il contatto che consentirà di convogliare dove noi vogliamo l'energia che da esso si sprigiona. Allo stesso tempo, nella esecuzione del movimento di uscita, che sia interno o esterno, analogamente a quanto facciamo in ikkyo undo dobbiamo cercare di mantenere nelle varie fasi dell'evasione una condizione di assoluto equilibrio che lo spostamento del peso sull'uno o sull'altro piede ci deve consentire di stabilire e non perdere, senza che il vortice che dovremmo essere riusciti a creare e nel quale abbiamo lanciato uke finisca per risucchiarci.
Prendiamo ad esempio il caso di yokomen uchi ikkyo ura, nella forma nella quale reagiamo all'attacco quasi avanzando diagonalmente verso uke, lavorando sul suo braccio e sbilanciandolo con un movimento appunto diagonale e verso il suo lato.
Se mandiamo uke e la sua mano verso il suo angolo laterale, e dunque verso dietro e in basso, dobbiamo essere in grado, se vogliamo mantenere il contatto con il partner e piazzare la tecnica, di seguirlo con un passo, in modo da stabilire la giusta distanza per eseguire la leva.
Tuttavia, se non avremo sviluppato bene il senso del nostro equilibrio, e non saremo addestrati bene nello spostamento di peso, ci sarà impossibile farlo correttamente, perchè finiremo trascinati nel lancio che noi stessi abbiamo innescato.
Esempi se ne potrebbero fare altri.
Anche in irmi nage, ad esempio, noi generiamo una grossa forza verso il basso e verso le nostre spalle.
Tori difatti lancia uke con tutto il suo peso, generando un vortice di energia dal quale, se non è ben stabilizzato, rischia di essere travolto.
Se allora avremo lavorato bene sullo spostamento del peso, saremo in grado pure in quell'avvitamento dinamico di controllare uke, senza ruzzolare a terra con lui.
Negli ultimi anni, il Maestro Fujimoto pretende soprattutto la forma di irimi nage nella quale ad uke non si fa compiere un avvitamento completo, dovendo invece tori, attraverso un cambio del proprio peso, e mantenendo sempre il proprio centro, controllare il partner e il suo movimento, entrando solo successivamente con irimi o con tenkan.
Quando io ho fatto a Laces gli esami di terzo dan, e anche l'anno precedente, Fujimoto sensei avvertiva espressamente che senza quella forma "non c'è esame". In altre parole, chi non fosse stato in grado di eseguire quel controllo, non possedeva la padronanza del proprio equilibrio, e dunque non poteva conseguire il grado superiore.
Quell'irimi nage, a pensarci bene, è una chiara applicazione di un buon ikkyo undo.
Lo stage è stato ovviamente tante cose, ma diciamo che questo a mio giudizio era il messaggio di fondo.
E' stato, come sempre si dovrebbe fare nei raduni seri, uno stage di studio e di approfondimento.
Eravamo in tanti, e la delusione di non potere praticare sotto la guida del Maestro, pure inevitabile, non ha impedito di essere concentrati e attenti.
Spero di avere reso, almeno in minima parte, quello che credo volesse essere il tema che il Maestro voleva approfondire.
A presto.
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